WakeUpCall: quando il Rock incontra Beethoven - intervista
Giovedì 26 Marzo 2020

WakeUpCall: quando il Rock incontra Beethoven - intervista

Cristian Pedrazzini
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Tommaso e Oliviero Forni sono il cuore e l’anima dei WakeUpCall, una band composta, oltre che dai due fratelli “terribili”, anche da Francesco Tripaldi e Antonio Aronne. I WakeUpCall sono sulla scena internazionale da dieci anni, reduci da fortunati tour in tutta Europa, Svizzera, Inghilterra, Russia e Cina. Quando si parla di tournée, con loro non si scherza perché sono capaci di fare centocinquanta date scorrazzando da un paese all’altro. Creativi e geniali, nel 2017 danno vita a una vera e propria rock – opera: “If Beethoven Was a Punk”, dove futuro e passato si intrecciano creando qualcosa di unico. Un concept album che diventa un progetto molto più ampio: con Andrea Dezzi, di Made in Tomorrow, scrivono un fumetto che vede protagonisti Wagner, Beethoven Mozart & co. I WakeUpCall non finiscono di stupire con nuove produzioni per la prima volta in italiano e una versione speciale del brano di Modugno “Nel blu dipinto di blu”, diventata la colonna sonora dell’iniziativa del MEI, per intitolare il Teatro Ariston di Sanremo a Modugno in occasione del 70° anniversario del festival. Oggi incontriamo, telefonicamente, Tommaso che è il vero frontman della band, anche perché, come sottolinea lui ridendo: “Sono il più grande”.

Com’è nata la vostra vocazione di “rocker”?
Da piccoli ci rincorrevamo per casa con la “Cavalcata delle Valchirie” di Wagner come colonna sonora, o improvvisavamo guerre immaginarie con “La battaglia di Wellington” di Beethoven. Papà è un grande appassionato di musica classica e le sue collezioni di vinili facevano bella mostra con i dischi di Gianna Nannini e De Gregori che ascoltava la mamma. Non sapevamo ancora di volere fare le rock star e, mentre io sognavo di fare l’agente segreto, Olly immaginava di diventare uno scienziato pazzo. È seguita la fase in cui entrambi volevamo fare i calciatori, cosa che ci riusciva piuttosto bene e se la musica non ci avesse “rapiti” avremmo un posto in serie B e un ottimo stipendio. Il colpo di grazia è arrivato nell’estate del 2000 quando, da un jukebox, “It’s my life” di Jon Bon Jovi mi ha travolto letteralmente. In poco tempo ho convinto Oliviero che quello era il nostro futuro, abbiamo fatto crescere i capelli e le nostre vite sono cambiate per sempre. Il Rock sarebbe stato il nostro mestiere.

Una passione che vi ha portato a far parte di diverse band ancora giovanissimi. Che ruolo hanno avuto i vostri genitori in questo vostro percorso?
I nostri genitori sono stati fondamentali perché ci hanno permesso di inseguire i nostri sogni lasciandoci “fare" anche quando, probabilmente, faticavano a capire. Non sempre è stato facile e quando ho deciso di interrompere il Liceo a diciotto anni, mio padre non ha reagito benissimo e non mi ha parlato per mesi. È comprensibile anche perché, fino a quel momento, ero stato un vero secchione e quella decisione impulsiva lo aveva spiazzato. D’altro canto non si era mai visto un rocker secchione e non potevo di certo essere io il primo. Mia mamma, se pur a malincuore, mi accompagnò a disdire l’iscrizione a scuola. Ricordo perfettamente il suo sguardo e i suoi occhi lucidi nel ricordarmi di non rinunciare mai a essere libero nel cercare la mia strada. Io da lì, ho cominciato a pianificare il mio futuro. Non era più un gioco, quindi mi sono dedicato allo studio del canto, della chitarra e dell’inglese, anche perché volevamo conquistare il mondo! Olly intanto aveva terminato il Liceo e come privatista anche il Conservatorio, facendo in soli tre anni i dieci previsti. In seguito si è anche laureato, infatti, è il vero Musicista della band e noi tutti lo chiamiamo “maestro”.

Essere fratelli ha semplificato o resa più difficile la vita della band?
Conosco tanti amici che hanno fratelli, giocano insieme poi ognuno trova la sua strada. Noi abbiamo condiviso tutto, i suoi amici erano anche i miei. Le mie band preferite erano anche le sue. Essere insieme anima e cuore di questa band, nata dai nostri sogni, è un privilegio e costituisce la nostra forza. Raramente litighiamo e quando succede, è tosta. Solitamente sono io a cedere anche perché, devo ammetterlo, spesso è lui ad avere ragione; Oliviero è più razionale di me che mi accendo subito e reagisco in modo istintivo. Tante band si sfasciano quando l’elemento forte del gruppo molla, noi siamo due e per giunta con un legame, un affetto profondo e indissolubile. Ci completiamo a vicenda, anche nella stesura dei brani dove se il testo, spesso, parte da me poi ci si lavora insieme, mentre gli arrangiamenti sono, ovviamente, del “maestro” Oliviero.

Tutta quella musica classica ascoltata da bambini e gli studi al Conservatorio di Oliviero, a un certo punto si sono fatti sentire. Com’è nato il vostro “If Beethoven Was a Punk”?
Un giorno Oliviero mi fece ascoltare un pezzo della durata di dieci minuti, dove faceva capolino Beethoven. Io ho pensato, come si dice a Roma, che avesse “sbroccato”. Credevo scherzasse, dandogli poco peso, ho abbozzato. Poco tempo dopo, mentre stavamo scrivendo un altro brano, lui serafico mi disse che ci sarebbe stato bene “L’Inno alla Gioia”. Da lì non ci siamo più fermati ed è venuto fuori un disco, una vera e propria rock opera. Un progetto che c’era sfuggito di mano e che, probabilmente, avrebbero ascoltato solo i parenti più stretti. In realtà ci ha dato grandi soddisfazioni diventando, grazie a Andrea Dezzi di Made in Tomorrow, un fumetto dove immaginiamo che Beethoven, Wagner e amici si ritrovino ai giorni nostri alle prese con locali vuoti, cover band e talent. “If Beethoven Was a Punk” è diventato anche uno spettacolo ibrido di teatro che mescola immagini, storia e musica live.

Dall’inizio avete scritto esclusivamente in inglese. Com’è arrivata questa nuova produzione in italiano?
Abbiamo fatto concerti sold out a Mosca e non ci dispiacerebbe se potesse essere così anche a Milano. Come rock band è stato naturale guardare all’America e l’inglese ha una metrica e una fluidità che è ideale per questo genere di musica. Scrivere in italiano ha significato per noi mettersi alla prova, una maturazione e la voglia di portare la nostra musica anche in Italia. All’inizio è stata un po’ dura ma, a distanza di un anno, oggi ne siamo davvero felici e la cosa più bella, che ci differenzia da altre realtà del panorama musicale, è che non abbiamo perso le sonorità che ci hanno contraddistinto. Non siamo diventati folk e il piglio rock c’è! In questi giorni così difficili anche noi restiamo a casa, continuando a lavorare sulla nuova produzione e sul brano in uscita con Francesco e Antonio. Abbiamo fatto e faremo ancora qualche diretta dal divano di casa con Oliviero in ciabatte, al maestro è concesso, utilizzando al meglio questo tempo che se pur davvero “irreale” deve poterci migliorare tutti. Se vi va, seguiteci sulle nostre pagine social!

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