Giovedì 2 Dicembre 2021

"Una passione libera", l'autobiografia del maestro dell'eros Tinto Brass

La Redazione
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Su Tinto Brass circolano tanti falsi miti.
Questa autobiografia si ripropone di sfatarli, per consegnare ai «posteriori» un ritratto intimo, una confessione schietta e irriverente che rimette alla loro «ardua sentenza» l’anima, il pensiero, la vita tutta dell’uomo e del regista. L’occasione per farlo viene dal recupero della memoria perduta, dal ricordo del passato che, grazie all’amorevole aiuto della moglie Caterina, musa e compagna, rivive nelle parole appassionate del «re dell’eros», salvate dall’oblio a cui la malattia ha rischiato di condannarle.
Nato a Milano ma profondamente legato a Venezia, città che gli è «madre, moglie e amante», ha fin da piccolo un’indole ribelle. Insofferente a ogni forma di autorità, ben presto rompe con la famiglia, che lo considera un giovane scapestrato e libertino, un viveur che ama dare scandalo.
Affacciatosi all’universo cinematografico come proiezionista e assistente al montaggio alla Cinémathèque française di Parigi, di ritorno in Italia entra a gamba tesa nel mondo della regia con Chi lavora è perduto, l’opera d’esordio che segnerà l’inizio delle battaglie contro i critici e la censura. A chi nei suoi film «non vede altro che culi», il «nipotino di Orson Welles» replica con sillogismi aristotelici e decaloghi eticofilosofici, difendendo la sua produzione erotica a suon di stoccate al perbenismo borghese e ai tabù di una società ipocrita e ottusamente bigotta.
Forte dell’appoggio di giganti come Rossellini, Fellini e Pasolini, porta in scena una critica politica e sociale che, dal primo all’ultimo film – dai più militanti a quelli accusati di essere «frivoli e superficiali» –, esprime una sete inestinguibile di libertà.

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