Torino Film Festival 2017: Programma ufficiale
Martedì 14 Novembre 2017

Torino Film Festival 2017: Programma ufficiale

Antonio Galluzzo
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Per la 35esima edizione sono pervisti ben 134 lungometraggi, 10 mediometraggi e 25 cortometraggi per un totale di 169 i film presentati a Torino Film Festival 2017 di cui 40 lungometraggi opere prime e seconde, 36 anteprime mondiali, 21 anteprime internazionali, 4 anteprime europee, 59 anteprime italiane, selezionati tra più di 4000 film visionati (tra corti, medi e lungometraggi).

Il film d'apertura (Venerdì 24 novembre, Cinema Massimo di Torino) è Finding Your Feet / Ricomincio da me, una commedia brillante e agrodolce sul “non è mai troppo tardi”, diretta dal regista di Riccardo III e di Wimbledon. La borghesissima Lady Sandra (Imelda Staunton), si vede crollare il mondo addosso quando scopre che il marito ha da anni una relazione con la sua migliore amica. Lascia tutto e si rifugia dalla sorella Bif (Celia Imrie), un'anticonformista dallo spirito libero che la trascina in una scuola di ballo e le presenta i suoi maturi amici ballerini, tra cui Charlie (Timothy Spall), uno stravagante restauratore di mobili che vive su una barca. Il titolo originale, Finding Your Feet, significa “ritrovare se stessi” ed è quanto deve fare Sandra quando viene catapultata in un ambiente per lei insolito e nuovo. 

Il film di chiusura (Sabato 2 dicembre, Cinema Reposi di Torino) sarà  The Florida Project, accolto con grande entusiasmo alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes, è diretto da Sean Baker (Prince of Broadway, Starlet e Tangerine, tutti presentati al Torino Film Festival), che lo ha scritto assieme a Chris Bergoch.

Ambientato in Florida, in una zona degradata tanto vicina a Disneyworld quanto lontana dal suo gioioso e spensierato benessere, il film racconta senza pietismi e con una gran dose di allegria la storia di Moonee (Brooklynn Kimberly Prince), una bambina di sei anni sveglia e precoce, della sua piccola banda di amici e di sua madre Halley (Bria Vinaite), appena 22enne. Vivono tutti nel Magic Castle Motel che, nonostante il nome disneyano, è popolato da persone sotto la soglia della povertà. Bobby (Willem Dafoe), il manager del motel, è l’unico adulto che si occupa di Moonee e degli altri con affetto, cercando di tenere le cose a posto.

La più importante sezione competitiva del festival, riservata a opere prime, seconde o terze, propone 15 film realizzati nel 2017, inediti in Italia. I paesi rappresentati sono: Argentina, Belgio, Cina, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Hong Kong,Israele, Italia, Lussemburgo, Portogallo, Spagna, Stati Uniti e Venezuela.

Come sempre incentrata sul cinema “giovane”, la selezione dei film in concorso si rivolge alla ricerca e alla scoperta di talenti innovativi, che esprimono le migliori tendenze del cinema indipendente. Nel corso degli anni sono stati premiati autori ai loro inizi come: Tsai Ming-liang, David Gordon Green, Chen Kaige, Lisandro Alonso, Pietro Marcello, Debra Granik, Alessandro Piva, Pablo Larraín, Damien Chazelle. Un cinema “del futuro”, rappresentativo di generi, linguaggi e tendenze.

Nel 2016, Juan Zeng Zhe / The Donor di Qiwu Zang (Cina, 2016) ha vinto come Miglior film e per la miglior sceneggiatura; Los decentes di Lukas Valenta Rinner (Austria/Corea Del Sud/Argentina, 2016) ha ottenuto il Premio Fondazione Sandretto Re Rebaudengo; Rebecca Hall  per il film Christine di Antonio Campos (USA, 2016) ha vinto il Premio per la migliore attrice; Nicolas Duran per il film Jesus di Fernando Guzzoni (Cile/Francia 2016) ha vinto il Premio per il miglior attore. 

À VOIX HAUTE / SPEAK-UP di Stéphane De Freitas (Francia, 2017, DCP, 99’)

Ogni anno all’Università di Saint-Denis viene eletto il miglior oratore. Partecipano al concorso gli studenti di una classe multietnico, un professore li istruisce ai segreti del linguaggio e all’arte dell’espressione. In gioco c’è il piacere di prendere la parola, per esistere sulla scena del mondo ma anche per cambiarla con la potenza delle idee. Film folgorante sul futuro da costruire, sulla democrazia, sul valore dell’educazione, sul potere travolgente delle parole e delle idee. Oggi, ancora.

AL TISHKECHI OTI / DON’T FORGET ME di Ram Nehari (Israele/Francia/Germania, 2017, DCP, 87’)

La storia di una ragazza anoressica e di un suonatore di tuba fuori di testa, fra reparti psichiatrici e centri di riabilitazione alimentare. S'incontrano per caso e s'innamorano a modo loro, ma la speranza di una vita normale è ostacolata da mille fattori, familiari e sociali. Follie vegane e acute frecciate sociali per un dramma in forma di commedia, disperato e leggero, feroce e romantico, illuminante spaccato della realtà israeliana, del suo malessere e della sua complessa identità. 

ARPÓN di Tomás Espinoza (Argentina/Venezuela/Spagna, 2017, DCP, 81’)

Un preside teme che nel suo istituto possano entrare oggetti pericolosi e passa le sue giornate a controllare gli zaini delle studentesse. In quello di una giovane ribelle trova una siringa, usata per praticare iniezioni sulle labbra delle compagne. Dopo un incidente, la ragazza è affidata all’uomo che, malvolentieri, deve accudirla per un giorno. Un thriller sulla responsabilità, gli abusi, i sospetti sociali, limpido, serrato, dallo stile asciutto e dal ritmo sospeso, con attori che esprimono al meglio la carica repressa dei personaggi.

BAMY di Jun Tanaka (Giappone, 2017, DCP, 100’)

Un ombrello rosso cade dal cielo. Lui vede i fantasmi, lei no, e le cose vanno male. Poi lui incontra una ragazza col suo stesso potere, ancora più impaurita di lui. Un punto a capo nella storia del J-Horror, un’opera prima affascinante e misteriosa, dove la cura formale si sposa al minimalismo, il bizzarro all’ironia, l’oscurità di temi e situazioni con la limpidezza delle intenzioni. Fino a un finale sorprendente e letteralmente gigantesco, che mette di fronte alla (ir)realtà delle cose e al potere dell'immaginazione.

BARRAGE di Laura Schroeder (Lussemburgo/Belgio/Francia, 2017, DCP, 112’)

Catherine non ha mai fatto la madre e sua figlia Alba, ora adolescente, è cresciuta con la nonna. Dopo anni di assenza la donna si presenta, non per recuperare un ruolo che sa di non poter ricoprire ma, semplicemente, per passare un po’ di tempo con la ragazzina. Tre generazioni di donne a confronto in un film nervoso, tutto al femminile, che sospende il tempo, rimescola le carte di affetti e delusioni, si arrabbia, si distende, gioca sulla reale relazione madre-figlia che lega Isabelle Huppert alla protagonista Lolita Chammah. 

BEAST di Michael Pearce (UK, 2017, DCP, 107’)

Moll ha 27 anni, è all'apparenza mite, ma in realtà insofferente della famiglia conformista e snob e della madre opprimente. Un pomeriggio abbandona arrabbiata il proprio party di compleanno, va a ballare e, nella notte, incontra Pascal, un giovane cacciatore, ombroso, intrigante. Mentre tutta la zona è in subbuglio per una serie di omicidi di adolescenti, decide di andare a vivere con questo misterioso sconosciuto.  Ambientato nell'isola di Jersey, un thriller psicologico in cui si confrontano attrazione e sospetto. 

BLUE KIDS di Andrea Tagliaferri (Italia, 2017, DCP, 75’)

Un fratello e una sorella, un legame morboso, un’eredità, un conflitto col padre e un gesto folle e studiato che li fa fuggire assieme. Già assistente di Matteo Garrone (qui in veste di produttore), Andrea Tagliaferri esordisce raccontando una storia d’ordinaria immoralità, una fiaba nera figlia dei nostri tempi, un mondo noioso dal quale riscattarsi anche con l'orrore, dove psicologie, personaggi e luoghi sono stilizzati e studiati con cura entomologica e con uno sguardo preciso, tagliente e originale.

DAPHNE di Peter Mackie Burns (UK, 2017, DCP, 90’)

Daphne è un’emancipata trentenne londinese: lavora come cuoca in un ristorante chic, vive da sola, ha una vita sessuale disinibita e un rapporto tormentato con la mamma, legge Žižek, ostenta lingua lunga e un cinico distacco verso il mondo. Un giorno, però, un avvenimento casuale sembra infrangere il suo maniacale controllo sulla realtà. Un mystery dell'anima che disegna un ritratto femminile preciso e inquieto, con un senso spiccato per la descrizione degli ambienti umani, urbani e sociali, in una Londra alienante e attraente. 

THE DEATH OF STALIN di Armando Iannucci (Francia/UK, 2017, DCP, 107’)

Cosa fecero Malenkov, Kruscev, Molotov, Beria e gli altri stretti collaboratori di Stalin quando, nel 1953, trovarono il dittatore riverso nel suo studio colpito da un infarto? A questa e ad altre domande risponde causticamente la black comedy che Armando Iannucci ha adattato da una graphic novel francese: panico, intrighi, sgambetti, paranoie, epurazioni, vendette, rincorsa al potere, la tragedia che si trasforma in farsa. Una cavalcata nell'acido, con Steve Buscemi, Simon Russell Beale, Michael Palin.

A FÁBRICA DE NADA di Pedro Pinho (Portogallo, 2017, DCP, 177’)

Dal realismo della crisi che attanaglia il Portogallo dal 2008 all'inaspettata esplosione del musical: quando gli operai di una fabbrica di ascensori si accorgono che l’amministrazione sta smantellando macchinari e materie prime, si organizzano per opporsi alla delocalizzazione e decidono di occupare le loro postazioni a vuoto, senza lavoro da eseguire. Un ritratto del post-capitalismo che sta fra agit prop, documentario, dramma e commedia psicologica e musical. Un esordio complesso, vitale, ironico. 

KISS AND CRY di Chloé Mahieu e Lila Pinell (Francia, 2017, DCP, 78’)

Scivolano sul ghiaccio, aeree, prendono il volo, a volte cadono: un gruppo di pattinatrici quindicenni affronta un quotidiano fatto di amicizie, competizioni, innamoramenti, difficoltà, dubbi, scelte, conflitti familiari. Domina il durissimo allenatore, ai limiti del sadismo. Opera prima di due documentariste, un atipico racconto di formazione che coglie le sfumature della crescita, non dà giudizi morali, si mette nei panni delle ragazze protagoniste e ammira la loro strabordante, contagiosa vitalità.

LORELLO E BRUNELLO di Jacopo Quadri (Italia, 2017, DCP, 85’)

Pianetti di Sovana, Maremma Toscana. I gemelli Brunello e Lorello Biondi si occupano della fattoria di famiglia da sempre, lavorando dall’alba al tramonto in armonia con la natura, ma costantemente minacciati dal mercato globale. I capitoli si susseguono, accompagnando le quattro stagioni e i diversi riti della campagna, e guidati dai caustici commenti di una saggia signora locale: un’elegia raffinatissima, nella quale uomini e animali si fondono e condividono la stessa “filosofia” di vita, e attraverso la quale ritroviamo il senso profondo dello stare al mondo. 

THE SCOPE OF SEPARATION di Yue Chen (Cina, 2017, DCP, 71’)

Grazie ai soldi ereditati alla morte del padre, il giovane Liu Shidong vive una vita alla deriva, tra bar, amici, bevute, relazioni cui non dà seguito. Ma questo suo lento rotolare lo porta comunque verso una crescita, di qualche tipo. Il cinema cinese indipendente che non ti aspetti, che guarda all’indie USA dei primi anni Novanta come a Hou Hsiao Hsien, passando per Woody Allen e la caustica leggerezza dei suoi dialoghi. Un’opera prima rasserenante, dallo sguardo preciso e dai sentimenti morbidi. 

THEY di Anahita Ghazvinizadeh (USA, 2017, DCP, 80’)

Stabilire chi si è. They, loro, è il nome con cui ha scelto di farsi chiamare J, che ha quattordici anni ed è alle prese con un’identità di genere che non gli è chiara. Con l’aiuto della famiglia sta cercando di rallentare la pubertà per avere un po’ di tempo in più per pensare a come costruire la sua identità futura. Opera prima di una regista iraniana, prodotta da Jane Campion: impalpabile, minimalista ma mai approssimativa, dimostra con coraggio la possibilità di smantellare ogni conformismo. 

THE WHITE GIRL di Jenny Suen e Christopher Doyle (Hong Kong, 2017, DCP, 97’)

Una ragazza allergica al sole nell’ultimo villaggio di pescatori di Hong Kong. Il suo disagio fisico e psicologico viene lenito dall’incontro con un misterioso viaggiatore, con cui nasce una speciale intimità, un distillato dell’amore. Film lunare e intimamente romantico, senza tempo, sulle immagini del cuore, sul modo di guardare e di guardarsi, sul senso del confine. Esordio nella regia della produttrice Jenny Suen, che si affida alla sapienza figurativa di Christopher Doyle (Gran Premio Torino 2016), al suo terzo lungometraggio.

 

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