Ride di Valerio Mastandrea in Concorso al 36° Torino Film Festival
Martedì 27 Novembre 2018

Ride di Valerio Mastandrea in Concorso al 36° Torino Film Festival

Antonio Galluzzo
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Una domenica di maggio, a casa di Carolina si contano le ore. Il lunedì successivo bisognerà aderire pubblicamente alla commozione collettiva che ha travolto una piccola comunità sul mare, a pochi chilometri dalla capitale. Se n’è andato Mauro Secondari, un giovane operaio caduto nella fabbrica in cui, da quelle parti, hanno transitato almeno tre generazioni. E da quando è successo Carolina, la sua compagna, è rimasta sola, con un figlio di dieci anni, e con una fatica immensa a sprofondare nella disperazione per la perdita dell’amore della sua vita. Perché non riesce a piangere? Perché non impazzisce dal dolore? Sono passati sette giorni ormai e per lei sembra non essere cambiato nulla. Nonostante gli sforzi, non riesce ad afferrare quello strazio giusto, sacrosanto e necessario a farla sentire una persona normale. Manca solo un giorno al funerale e tutti si aspettano una giovane vedova devastata. Carolina non può e non deve deludere nessuno, soprattutto se stessa.

" 'Io voglio e devo stare male. E’ un mio diritto'. Quando vengono dette parole del genere di sicuro chi le pronuncia è in difficoltà. Non perchè si parla di volontà legata al male ma perchè si urla il diritto al dolore, dolore quindi negato da qualcuno o da qualcosa - racconta Mastandrea. L’epoca che ci è toccata, specie questi ultimi trent’anni, ci regala la possibilità di vedere e sentire tutto amplificando in maniera esponenziale la nostra percezione del mondo e nello stesso tempo depotenziandoci emotivamente rispetto al tutto che incontriamo. Questo accade per le cose belle ma anche per le cose che ci fanno soffrire. Il rapporto col dolore è il vero dramma dei nostri giorni: è plasmato dal modo di approcciare che ci viene suggerito in maniera nascosta, subdola e ricattatoria; è condizionato da fattori esterni come può essere l’emozione collettiva rispetto ad un fatto di cronaca; è definito, quasi “per legge”, dalla morale del momento, la più sostenuta, la più cliccata, la più condivisa. Oggi stare male veramente per qualcosa di vero è molto complicato. Affrontare il dolore in modo sano e autentico mettendo le basi per un percorso costruttivo è la fatica più grande per chi si trova in una condizione di sofferenza. In “Ride” Carolina subisce passivamente proprio l’indignazione degli altri e l’attenzione di media, gente comune e autorità, sin dal giorno dell’incidente in fabbrica dove è saltato in aria l’amore della sua vita - continua. E' sconvolta dall’incapacità di stare male per quello che le sta capitando. Perché è così lontana dal dolore? La verità sta nell’occhio di bue che gli hanno puntato addosso giorno e notte, davanti al quale lei è stata ferma, immobile con la sua ingenuità e con la sua prima volta-vedova di morte sul lavoro, come un’attrice che dell’imbarazzo ha fatto la propria cifra migliore. L’appropriazione indebita del dolore di chi subisce una perdita così dolorosa è spesso la costante del nostro tempo, specie se trainata dal carattere “sociale” del tragico evento che la genera. Come se l’unica cosa che potessero fare “gli altri” è offrire consolazione, indennizzi e funerali pubblici. Di queste tre cose, salvo il concreto aiuto economico, forse solo la consolazione può realmente aiutare chi sta male a riprendersi la propria sofferenza. Il resto non è altro che la dimostrazione dell’istituzionale, eterna impotenza rispetto a consolidate dinamiche politiche e culturali che permettono di morire al lavoro come si muore in una guerra. Negli anni della ricerca costante della felicità dobbiamo anche chiedere il permesso per stare male come si deve. A pensarci bene è logico. Solo abitando davvero il buio possiamo farci accecare dall’amore per la vita - conclude".

Ride

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