Lo scorso gennaio Lei ha annunciato la Sua discesa in campo politico con i Radicali, capitata peraltro in un momento in cui la politica è così intrecciata col sesso: come mai e con quali propositi?
Intanto perché me l’hanno chiesto loro se mi andava di candidarmi come “candidato di prestigio” nelle loro liste. Sempre con i Radicali, io era già stato candidato nel 1970 a Venezia, però mi ero presentato col mio nome anagrafico – Giovanni Brass – e nessuno mi conosceva (non che allora mi conoscessero in tanti anche col nome di Tinto, però qualcheduno di più mi conosceva comunque…), per cui non è che abbia raccolto molti voti quella volta, dopodiché mi sono disinteressato. In questo momento la politica è intrecciata più con l’oscenità tangentizia che con quella sessuale: insomma, la vera oscenità è quella delle tangenti, degli appalti, dei traffici e della corruzione. Proprio perché l’invito mi è giunto dai Radicali, l’unico partito fuori dal coro, mi è andato bene e quindi ho accettato: dovevo esser candidato prima sia a Roma che a Venezia e Milano, poi c’è stata qualche protesta a Roma da parte della componente più cattolica del PD. Quando la Binetti ha detto: “Anche l’eretico Tinto Brass ha la candidatura”, la mia candidatura è stata spostata a Venezia, Treviso e Milano, il che non è bastato a trattenere la Binetti nel PD.
A proposito d’impegno politico, è proprio su questo filone che Lei – sulla scia della nouvelle vague francese che in qualche modo stava prendendo piede anche in Italia – ha iniziato la Sua carriera, con titoli quali Chi lavora è perduto, Nerosubianco, Dropout, L’urlo e La vacanza, molto apprezzati da certa critica e pubblico di allora, che però in larga parte l’ha biasimata quando ha trovato “la chiave” che Le ha dato il grosso successo commerciale, accusandola di un progressivo svuotamento stilistico e tematico nei Suoi lavori successivi (tra questi, Capriccio, Paprika, Monella, Tra(sgre)dire, Senso '45 e Fallo!): Lei pensa di aver tradito il Suo iniziale impegno autoriale, o piuttosto di averlo perseguito in altra maniera?
La mia carriera, si sa, è divisa in due parti: AC e DC, che vuol dire appunto “ante Chiave” e “dopo Chiave”. Ma l’impegno, soprattutto quello stilistico, è rimasto identico e invariato: è dal significante che salta fuori il significato per me, tant’è vero che proprio nella campagna elettorale che io farò adesso, se c’è la possibilità di farla, il mio credo politico è riassunto nella frase “eros è liberazione”. Il senso è sempre quello della liberazione, sia con i primi film cosiddetti d’impegno politico e anarchico che con gli ultimi d’impegno sessuale ed erotico, perché è rimasto invariato l’impegno stilistico: è quella la vera caratteristica di un autore.
Quanto c’è ancora in Lei dell’anarchico veneziano protagonista del Suo primo film, Chi lavora è perduto?
C’è, al punto che i miei manifesti per questa campagna si chiudono all’insegna di “viva il sedere, abbasso il potere”. Invito tutti coloro che non vanno più a votare – i giovani, gli astensionisti, i delusi della politica – a scegliere nel segreto dell’urna l’eretico, erotico, culolista (infatti sono ultimo in lista) Tinto Brass, lista Bonino-Pannella: discorso più anarchico di così non si può.
Quattro anni fa con la Tullio Pironti Editore di Napoli Lei ha pubblicato un pamphlet significativamente intitolato Elogio del culo, attraverso il quale, servendosi di un dialoghetto platonico, ha voluto avvalorare la Sua tesi secondo cui “il culo è lo specchio dell’anima”, tant’è vero che è ormai un fatto noto che Lei per scegliere le attrici dei Suoi film ha sempre fatto i provini ai loro culi. Nella Sua ricca filmografia, che l’ha incoronata re del cinema erotico italiano, quali sono a Suo giudizio le scene o le battute più emblematiche di questo Suo ormai celebre aforisma?
Non ci sono delle scene o delle battute più emblematiche in particolare: c’è sempre uno stile molto sensuale dell’immagine, indipendentemente dal significato è quel significante che dà il senso alle mie opere. Anche nella campagna politica userò come manifesto un culo invece che una faccia, proprio perché il culo è lo specchio dell’anima: è più onesto; non imbroglia; è ottimista; filosoficamente è laico, essendo l’anticoncezionale per eccellenza; psicologicamente è ottimista, dal momento che toccare il culo porta bene. È la sintesi iconica di fortuna e felicità insieme: esteticamente è un capolavoro, un perfetto significante, il bello per antonomasia, un piccolo frammento di universo, capace di dare un senso al nonsenso dell’esistenza. E poi, a parte tutto, metaforicamente è un grimaldello semantico che serve a scassinare – e di questo sono profondamente convinto – la cassaforte arrugginita della nostra cultura, che è vecchia, stantìa, polverosa, ammuffita, accademica, elitaria, noiosa, triste, piagnona, quaresimale, punitiva, lugubre, cipigliosa, catastrofista, funeraria e lassativa. Questo è il senso del culo: è un emblema contro, da innalzare su un vessillo. La sua idea è libertà, la sua immagine è verità, la sua essenza è onestà: e proprio di quest’ultima ce ne sarebbe un po’ bisogno, coi tempi che corrono!
Salvatore Samperi è stato un autore dalla vena erotica ferocemente antiborghese, mentre Alberto Lattuada in diversi suoi film ha scoperto (in tutti i sensi) giovanissime attrici spesso destinate ad una brillante carriera, sapendo però rilanciare anche un attrice matura come Virna Lisi in un insolito ruolo sensuale nella Cicala, come Lei in qualche modo ha fatto con Stefania Sandrelli nella Chiave: queste le analogie che trovo tra i due registi sopra citati e Lei. Quali similitudini e differenze trova tra la concezione dell’erotismo all’interno del loro cinema e il Suo?
A me non piace giudicare e criticare gli altri: intanto erano dei Maestri e mi piacevano i loro film, trovandoli molto stimolanti, giusti e ben girati. Samperi era stato mio aiuto in uno dei primissimi film che ho fatto, Il disco volante: lui era a Bassano del Grappa, è venuto su ad Asolo mentre giravo e mi ha seguito per un po’ di tempo. Lattuada l’ho incontrato al Festival di Berlino 1970: avevo presentato L’urlo e lui era presidente di giuria, e m’aveva detto che ero molto ben collocato e che anzi mi avrebbero premiato con l’Orso. Senonché quell’anno c’erano ancora le varie contestazioni che uscivano con i postumi del Sessantotto: a Berlino i giovani hanno contestato il festival, che è saltato, e non m’han dato il premio. Quindi io, con un film della contestazione – perché L’urlo non è un film sul ’68, ma del ’68 – sono stato contestato. Per quanto riguarda la concezione dell’erotismo, non so quello degli altri, ma il mio è un erotismo solare, gioioso, giocoso: è sinonimo appunto di libertà, come ho detto, non di colpa, dannazione o peccato. È solo momento di gioia ed argomento di gioco: questi forse saranno i limiti, ma è quello che mi piace tirar fuori nell’uso e con l’uso che faccio dell’erotismo; a parte il fatto che molto spesso, com’era stato in Caligola, diventa un efficace metafora per descrivere in modo emotivo l’orgia del potere.
È di cinque anni fa il Suo ultimo lungometraggio, Monamour, boicottato alla Mostra del Cinema di Venezia e uscito direttamente in DVD qualche mese dopo; dopodiché, al di là di qualche cortometraggio che ha girato e cammeo attoriale in film altrui, diversi progetti da Lei annunciati sono sinora solo rimasti sulla carta: cos’è successo?
Sono rimasti sulla carta perché non hanno trovato la possibilità di diventare pellicola: i soldi sono diminuiti per tante cose, ma anche e soprattutto per il cinema. Ormai c’è un sistema monopolistico, il duopolio RAI-Mediaset: come dice Aldo Busi, gli uni fanno santini e gli altri scorreggette. Il sesso è una cosa che fa paura: ciò è incomprensibile, ma fa anche un po’ ridere. Per questo i miei progetti sono fatalmente destinati ad essere esclusi da questi circuiti, che sono gli unici che permettono oggi di fare cinema.
Vorrebbe ancora due giovani celebrità venete come Melita o la Pellegrini come protagoniste di un Suo prossimo lavoro, o nel frattempo Le è venuta in mente anche qualcun’altra?
Con Melita era uno scherzo per Lucignolo, ma la Pellegrini senz’altro: è troppo bella, troppo brava, troppo grintosa, e con un carattere… Il famoso pugno che ha dato sull’acqua quando ha vinto quella gara dopo che l’avevano criticata, pronosticando la sua sconfitta… Altre non so, ce ne sono tante: ogni tanto m’imbatto in qualche persona che mi fa crescere l’“ispirazione”, suscitandomi qualche fantasia non solo erotica ma anche artistica ed estetica.
Sempre lo scorso gennaio, Lei ha annunciato il remake del Suo Caligola in 3D, subito ribattezzato Chiavatar: nell’attesa di vederlo sugli schermi, quale dedica erotica vuoLe fare ai lettori di Spettacoli News per chiudere quest’intervista?
La dedica è quella che c’è sui miei manifesti: “Viva il sedere, abbasso il potere”. Ma, a parte questo, quello che chiamano Chiavatar ha un minimo di fondamento, perché riprende un discorso che era stato interrotto nell’altro Caligola per contrasti vari con la produzione e la censura: se quello era l’orgia del potere, questo sarà il potere dell’orgia, così è giustificato il sottotitolo che gli hanno dato.
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