La sera del 23 aprile 1972 accadde qualcosa di epocale per la musica leggera e la televisione italiana: durante il varietà Teatro 10 sul canale nazionale, ebbe luogo il celeberrimo duetto tra Mina e Lucio Battisti. Quell’applauditissima esibizione entrò subito nella memoria collettiva, dal momento che, a quasi quarant’anni di distanza, continua ad essere periodicamente riproposta all’interno delle antologie televisive RAI con lo stesso successo di allora. Nel dicembre 1995 poi Red Ronnie aveva messo in piedi per Canale 5 una gara tra le canzoni più famose dei due interpretate da altri artisti, poi raccolte in un doppio album antologico: a ruota ne seguì un altro con interpretazioni originali dei diretti interessati, e per questo certamente preferibile. In questo c’è forse il rimpianto per qualcosa di unico e irripetibile, per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, dal momento che i due pilastri del pop italiano, coloro che forse più di altri hanno contribuito al rinnovamento della canzone nostrana, di lì a poco si ritireranno dalle luci dello show business (più gradatamente e in modo a ben vedere assai sfumato Mina, in modo decisamente più rapido e netto Battisti), e i loro progetti per tornare a collaborare insieme non riusciranno a trovare sbocchi concreti, nonostante i continui omaggi della “Tigre di Cremona” all’amico Battisti (gli album Minacantalucio, 1975, eMazzini canta Battisti, 1994; sino alla canzone Mogol Battisti, cantata in duetto con Andrea Mingardi in apertura dell’album Bau, 2006), e forse più per le reticenze di questi, dal momento che il cantautore reatino negli ultimi dischi – prima della prematura scomparsa dopo lunga malattia, avvenuta il 9 settembre 1998 in una clinica milanese – aveva intrapreso una ricerca musicale sempre più personale e sperimentale che lo allontanava dalla musica leggera tradizionale.
A raccontarci in modo molto dettagliato la storia di quel magico duetto canoro è il giornalista e saggista bolognese Enrico Casarini: “Uno dei punti forti dell’idea di Teatro 10 era di far fare a Mina in ogni puntata un duetto, dal momento che ha sempre avuto grande successo con i duetti: pensiamo alla rubrica L’uomo per me di Studio Uno e cose di questo genere. Mina è una superprimadonna e dà sempre il meglio di sé quando è di fianco a qualcuno: il problema di quell’edizione di Teatro 10 è che, per quanto riguarda proprio i duetti, iniziò con molte difficoltà. Mina voleva fare un duetto con Johnny Dorelli in cui interpretavano arie della Bohème, ma Dorelli ebbe un problema alla voce per cui fu di molto rimandato. Mina voleva fare un duetto di canzoni napoletane con Massimo Ranieri, ma non poté farlo perché Ranieri era militare. In più altri duetti messi in piedi non risultarono soddisfacenti (quelli con Gianni Morandi e con Milva), e sui giornali la critica fu molto dura: allora credo che Mina a un certo punto abbia cercato di prendere in mano la situazione pensando di coinvolgere Lucio Battisti. È stata una scelta fatta all’ultimo momento, perché se fosse stata nei progetti iniziali di Teatro 10 sicuramente ne avrebbe parlato tutta la stampa in fase di presentazione del programma, dal momento che Battisti era già il numero uno del pop italiano. Invece Mina circa a metà marzo del ’72 – tornando da Lugano, dove viveva, a Roma, dove doveva registrare altre puntate di Teatro 10 – si ferma a Milano e va a trovare Lucio Battisti in studio di registrazione: secondo me lì nasce tutto. Da notare che la registrazione del duetto è stata poi fatta a metà aprile, quindi in un tempo brevissimo. La genesi quindi è questa secondo me: Mina decide che deve andare a bussare alla porta di Lucio Battisti, ed egli accetta volentieri quest’invito, in quanto Teatro 10 era l’unica grande trasmissione di varietà che c’era in TV in quel momento e lui doveva lanciare il 33 giri Umanamente uomo: il sogno.Come fa Battisti a scegliere i cinque musicisti che lo accompagnano? Semplicemente chiama i musicisti che lo hanno seguito di più nella registrazione di Umanamente uomo: il sogno, quindi: Gianni Dall’Aglio, il batterista; Angel Salvador, il bassista; i due chitarristi Massimo Luca ed Eugenio Guarraia e il tastierista Gabriele Lorenzi. Non aveva tempo per metter su un suo gruppo, probabilmente non voleva suonare con l’orchestra della RAI perché suonare con un orchestra è complesso, e soprattutto lui voleva una cosa un po’ più rock: per questo chiama questi suoi ‘cinque amici da Milano’. L’impatto musicale di quel duetto è eccezionale, per il semplice motivo che sia Mina sia Lucio Battisti erano al massimo della loro forma. Mina era al massimo delle sue capacità vocali: aveva da tempo iniziato un grande lavoro sulla sua presenza scenica e sulla sua capacità di interagire con un orchestra o con un gruppo, perché si stava preparando alla stagione estiva di concerti alla Bussola, quindi era allenatissima, non aveva davvero neanche una smagliatura, un incertezza. Lucio Battisti era anch’egli al massimo: aveva appena lanciato la Numero Uno, usciva il suo primo 33 giri per la sua etichetta discografica la Numero Uno ed era in una fase compositiva superfeconda, tant’è vero che Umanamente uomo: il sogno e Il mio canto libero sono due 33 giri che escono praticamente quasi attaccati. Quindi, Mina era al massimo, Lucio Battisti pure: il repertorio era fenomenale, perché è un repertorio tutto di successi – alcuni scritti da Battisti e Mogol proprio per Mina – per cui è impossibile trovare interpreti migliori dell’interprete a cui son destinate le canzoni e di quello che le ha scritte musicalmente. Il gruppo era di valore assolutamente altissimo, perché erano tutti grandissimi professionisti: Dall’Aglio e Salvador erano stati nei Ribelli, Lorenzi era nella Formula Tre, e solo Luca e Guarraia erano le novità, in quanto il primo era un giovane chitarrista che si stava affermando negli studi milanesi e il secondo era un chitarrista torinese che aveva già suonato con parecchi personaggi del giro della musica leggera, come Gianni Nazzaro, che era molto famoso all’epoca. L’incredibile di fronte a questo duetto è anche dato dal fatto che Lucio Battisti aveva appena ventinove anni e Mina appena trentadue: sembravano due interpreti espertissimi, navigatissimi; riuscivano a unire l’entusiasmo dei ragazzini con l’esperienza e il talento degli showmen e showomen super navigati”.
A questi nove minuti scarsi di esibizione – però così significativi, come già s’è detto – Casarini è arrivato a dedicare addirittura un intero volume, ampio (368 pagine!) e dettagliatissimo: Insieme Mina Battisti, fresco di pubblicazione con la Coniglio Editore di Roma. A tal proposito ci racconta lo stesso autore: “L’idea del libro è nata in maniera molto semplice. Ho visto nel 2003 per l’ennesima volta in TV il duetto di Mina e Battisti a Supervarietà: per una volta però, invece di limitarmi a guardarlo, mi sono chiesto chi erano e che fine avevano fatto quei cinque personaggi sullo sfondo che accompagnavano i due cantanti, i famosi ‘cinque amici da Milano’ appunto, e lì ho deciso di iniziare a informarmi con colleghi e amici, ma non trovavo risposte soddisfacenti, e pertanto ho dovuto iniziare a fare le mie ricerche personali. Prima ho trovato i cinque – e non è stato facile perché abitano chi in Spagna, chi sulle Alpi, chi a Livorno… – li ho intervistati e poi mi sono accorto che la cosa si faceva via via più interessante, e che avevo sottomano un bellissimo libro”.
Ma c’è di più: ciò che infatti impreziosisce ulteriormente il lavoro di Casarini è che, nel rievocare minuziosamente la storia del duetto televisivo di Mina e Battisti, egli è riuscito ad inserire sullo sfondo i mutamenti e i fermenti sociali dell’Italia di allora, in modo davvero efficace e plausibile, e per questo stimolante. Prosegue infatti il Nostro: “Andando a vedere che cosa succedeva in Italia in quei giorni, mi sono accorto che stava finendo il periodo d’oro della vita dell’Italia nel secondo dopoguerra, il cosiddetto boom, e ci stavamo avviando in una direzione molto triste e diversa. È una coincidenza cronologica fenomenale: infatti, nelle settimane prima di quella trasmissione del 23 aprile, l’Italia entrava ufficialmente in recessione economica; trovava la sua prima vera grande crisi politica, perché era la fine del centrosinistra ed erano state indette le prime elezioni anticipate della storia della Repubblica; era un periodo di grande tensione anche politico-criminale, perché sono i giorni in cui le Brigate Rosse compiono il loro primo attentato, quelli dell’attentato-suicidio di Giangiacomo Feltrinelli e quelli in cui si apre per l’attentato di Piazza Fontana la pista ‘fascista’, con l’arresto di Freda, Ventura e Rauti. Quindi in quei giorni l’Italia sta scoprendo che non è più un Paese felice, di eccezionale dinamismo, ma è un Paese che ha paura. Però è anche un Paese che sta diventando sempre meno contadino e industriale vecchio stile: scopre i computer, vengono annunciati i grandi lavori sulle linee ferroviarie per renderle sempre più veloci, vengono costruiti i primi shopping center vicino a Milano. Diventa proprio il Paese che conosciamo noi oggi”.
Il duetto di Mina e Battisti per Casarini rappresenta quindi non solo l’inizio del loro addio alle luci della ribalta (a questo punto scomodiamo pure Chaplin…), dal momento che la prima sceglierà di annullare tutte le sue apparizioni pubbliche (a parte il recital alla Bussoladomani di Viareggio con cui nel 1978 ha dato il suo addio ufficiale alle scene, documentato da un doppio album live) e televisive dopo aver partecipato due anni dopo a un altro varietà RAI, Milleluci, mentre per il secondo quella di Teatro 10 è addirittura la sua ultima apparizione alla televisione italiana (faranno seguito pochissime altre nel corso del decennio, su alcune reti svizzere, tedesche e francesi); ma anche la conclusione di un epoca e l'inizio di un'altra, decisamente più buia: prendendo a prestito una definizione dal sottotitolo del volume, "la fine del sogno italiano". “È un incredibile coincidenza temporale, che però ha questo valore. Come per Mina e Battisti inizia il loro distacco dalle scene, così l’Italia che vede quella puntata di Teatro 10, che arriva a quella primavera del 1972, è un Italia che sta cambiando, che da lì a pochi mesi imparerà che si sta meglio chiusi in casa, che è pericoloso andare fuori, che in fondo le città non sono più così amichevoli e le cose non vanno più tutte così bene. In effetti c’è questa coincidenza cronologica, e io la sottolineo molto”.
Conclude alfine Casarini: “Quello che penso io è che Mina e Battisti in quel momento fossero al massimo della loro arte, e si siano incontrati allo zenit delle loro capacità. Mina con una maturità vocale e espressiva fenomenale: ella infatti non è soltanto una bella voce, ma è anche un personaggio televisivo sublime, che occupa tutto lo schermo e che sa cantare alla telecamera come nessun’altra cantante ha mai saputo fare in Italia. Battisti non è certo un personaggio televisivo, perché lui odiava la televisione: tuttavia è al massimo della sua maturità e ha scritto alcuni pezzi fenomenali per Mina. Una caratteristica di questo duetto fra Mina e Battisti è che sembrano due amici che si cantano le canzoni a vicenda, che si sono ritrovati lì e fanno un coro perché sono felici. La sublime capacità compositiva di Lucio Battisti e Mogol è proprio questa: hanno creato un canzoniere che permette a tutti noi di cantare insieme, di trovare sempre una sintonia, un accordo, un momento di amicizia su quelle due o tre canzoni che sono i nostri inni della musica pop. Naturalmente non li canteremo come Lucio Battisti: egli non aveva sicuramente una grande voce, però aveva una voce molto particolare, personale, difficilmente imitabile. Però con la sua voce e le sue canzoni ci mette in grado tutti di cantare insieme: quindi non c’è nulla di più bello che fare un coro fra amici su una canzone di Battisti e Mogol, ed è esattamente quello che fecero quella sera Mina e Lucio – un coro fra amici su canzoni di Battisti e Mogol (in ordine di esecuzione: Insieme, Mi ritorni in mente, Il tempo di morire, E penso a te, Io e te da soli, Eppur mi son scordato di te ed Emozioni – ndr). Come per loro fu un grande divertimento, così lo è per noi oggi e lo sarà sempre. Più in generale, di Mina e Battisti nella memoria collettiva rimane tutto, perché loro due insieme hanno fatto un pezzo di strada molto importante, con un repertorio molto popolare che non ha perso mai di attualità, per cui tutto quello che cantavano loro in quegli anni è ancora freschissimo. In più ci pensa la televisione con tutte le sue trasmissioni tipo Supervarietà o Schegge a ricordarci tutto costantemente. Restano due colossi assoluti della musica: cercare di descrivere il peso e l’eredità che hanno lasciato Mina e Lucio Battisti nel nostro immaginario musicale e popolare è inutile, è come dire che cosa lascia Elvis Presley nell’immaginario musicale americano. Tutto. Sono dei punti di riferimento assoluti”.
Vorrei a questo punto concludere quest’omaggio a due così grandi interpreti della musica leggera italiana – e non solo – con le considerazioni finali tratte dalla prefazione a Insieme Mina Battisti di Massimiliano Pani, che da tanti anni produce e arrangia gli album della celebre madre: “Quando ci si chiede che cosa significhi avere presenza scenica e sapere trasmettere emozioni in un recital dal vivo, basta guardare quei minuti per capire che la classe non è acqua. […] Questa è la forza di quel duetto straordinario. È coevo alla sensibilità e alla capacità di emozionarsi di chi lo sta guardando per la prima volta”.
Due voci, come s’è detto, ormai slegate dal loro corpo (senza “né più un volto né più un età”, per citare un verso della canzone di Mogol-Battisti La collina dei ciliegi, che apre l’album Il nostro caro angelo del 1973), e per questo destinate a continuare a regalarci grandi emozioni in una sorta di continuum spazio-temporale: le grandi voci di Mina e Battisti. Per questo il loro canto libero è anche il nostro.
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