Kobane visto al Teatro Libero
Lunedì 14 Maggio 2018

Kobane visto al Teatro Libero

Un tema difficile, strettamente legato all’attualità, ulteriore prova di quanto il teatro possa essere specchio della realtà

Valeria Prina
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Un tema non facile da trattare: il titolo già lo lascia intuire. Kobane di Fabio Banfo con la regia di Manuel Renga è ora a Milano al Teatro Libero. Ad accrescerne la difficoltà è la totale assenza di spazio temporale che permette di guardare i fatti da una prospettiva distaccata. Siamo al centro di quest’epoca e capita di sentire di ragazze che tornano in Italia dopo essere partite per la Siria e tornano (secondo quello che noi possiamo definire) indottrinate dall'Isis. Diventa dunque difficile capire le loro posizioni. La pièce non sembra voler indagare questo aspetto: sembra piuttosto farci ragionare su quanto sta succedendo e su quanto certe scelte possano sconvolgere gli altri.

Nella pièce tutto avviene all'interno di una famiglia, che presenta non pochi problemi. La madre cerca di accudire un padre (Corrado Accordino), spesso chiamato il professore (lo era di storia), che affastella molti fatti storici senza una logica, se non quella dettata da un Alzheimer devastante. A volte sono quasi dei giochi di parole più che dei concetti distanti dalla realtà, forse prova di quanto la malattia non possa annullare totalmente lo spirito. Così quando sentiamo la figlia Maria, tornata dalla Siria convertita all'Islam e anche all'Isis e ora rinominatasi Fatima, ci sembra di cogliere un parallelismo: entrambi sembrano pronunciare frasi ambigue. Sicuramente difficili da comprendere. E non mancano i pregiudizi, quando lei attacca il fratello perché omosessuale.

Alle spalle degli attori una grande carta geografica disegna in bianco i contorni dell'Europa e del Medio Oriente, perché è vero che l'azione è ambientata all'interno di una famiglia, ma il tema tocca il mondo intero. E se per Maria le posizioni si ribaltano, con la Siria diventata il Paese in cui vuole vivere, l'Italia in cui ritorna è dunque come un deserto, che la sabbia, che finisce per ricoprire tutto il palcoscenico, bene simboleggia.

Il tema, dicevamo, è molto difficile da affrontare a teatro, anche se sorretto da un ottimo cast e da una scenografia che a sua volta suscita considerazioni. L'importante è provare a capire e riflettere, stimolati dalle tante cose dette in scena. Da un nostro punto di vista restano da considerare le parole del secondo dei 10 comandamenti: non nominare il nome di Dio invano. E’ come dire non nominarlo per ammazzare e per giustificare qualsiasi azione che porti morte.

E come non parlare della duttilità del teatro, capace di offrire allo spettatore momenti di risata, ma anche altri di maggiore riflessione? Ugualmente, da questa pièce emerge la possibilità di parlare di attualità, senza trascurare gli aspetti più legati allo spettacolo. Sono elementi certamente non nuovi, ma sempre rilevanti.

Kobane
drammaturgia Fabio Banfo
regia Manuel Renga                                
con Corrado Accordino, Valentina Cardinali, Silvia Soncini, Daniele Vagnozzi, Vincenzo Zampa
assistente alla regia Denise M. Brambillasca
scene e costumi Aurelio Colombo
produzione TLLT - Teatro Libero Liberi Teatri
Il testo è stato presentato in forma di lettura/studio al Milano Playwright Festival 2015
A Milano al Teatro Libero dal 2 al 13 maggio 2018

Kobane

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