Intervista a Giuliano Montaldo, protagonista nella commedia “Tutto quello che vuoi”, al cinema dall'11 maggio
Giovedì 11 Maggio 2017

Intervista a Giuliano Montaldo, protagonista nella commedia “Tutto quello che vuoi”, al cinema dall'11 maggio

Antonio Galluzzo
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Autorevole regista di capolavori come "Sacco e Vanzetti", "Giordano Bruno" e "Marco Polo" l'87enne vitalissimo Giuliano Montaldo è tornato sul set nei mesi scorsi soltanto come attore per interpretare come protagonista “Tutto quello che vuoi”, una nuova commedia scritta e diretta da Francesco Bruni, prodotta da Beppe Caschetto per IBC Movie e Rai Cinema e lanciata nei cinema da 01 Distribution dall'11 maggio.

"Che cosa l'ha convinta a recitare in questo nuovo film di Francesco Bruni?"
"Conoscevo bene da tempo Francesco, che è una persona simpatica, gagliarda e piena di vitalità, idee e proposte. Qualche anno fa siamo stati entrambi docenti al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma; lì ho iniziato a capire la sua capacità innata di comunicare e di inventare che si è rivelata tanto preziosa per le sue sceneggiature scritte per i film di Paolo Virzì e per le fiction tv sul Commissario Montalbano. Quando venne da me per propormi di recitare in questo suo film rimasi interdetto, molto di più rispetto alla prima volta in cui, nel lontano 1950, Carlo Lizzani mi chiamò a recitare come protagonista nel suo primo film "Achtung! Banditi!". Francesco iniziò a descrivermi il personaggio che aveva pensato per me e lo vidi molto emozionato, capii che stava vivendo quella storia di un anziano piuttosto segnato dalla vita e alle prese con dei vuoti di memoria attraverso il reale disagio di suo padre che all'epoca aveva problemi analoghi. Mi colpì molto perché si disse convinto che sarei stato capace di rendere al meglio in scena e che avrebbe girato il film soltanto se ad interpretarlo ci fossi stato io. E non solo: ha voluto in scena anche la mia compagna di una vita, Vera Pescarolo, che compare in un breve ma importantissimo cammeo."

"Che cosa si racconta in scena?"
"La storia di Giorgio, un carismatico poeta di 85 anni, un intellettuale che non ha mai guadagnato grandi fortune ma che è stato amico di Sandro Pertini e ha vissuto grandi slanci e potenti passioni prima di essere colpito dal morbo di Alzheimer, che a poco a poco lo sta privando della lucidità. E’ ospite di una generosa padrona di casa (Raffaella Lebboroni) che, accortasi col tempo della sua crescente vulnerabilità finisce col convincersi che lui abbia bisogno di qualcuno che lo accudisca, una sorta di badante. Gli propone così la compagnia di Alessandro (interpretato dall’esordiente Andrea Carpenzano), un ruspante ventenne trasteverino piuttosto ignorante, testardo e litigioso. Si tratta di due tipi inconciliabili per età, cultura, storie personali e modi di essere e di parlare ma, una volta chiamato ad occuparsi di Giorgio, Alessandro finirà con l'incuriosirsi sempre di più alla vita dell'elegante vegliardo.

L’incontro tra i due si trasforma in un percorso di conoscenza reciproca, una sorta di romanzo di formazione sul filo del confronto generazionale. Giorgio ha forti vuoti di memoria, dimentica spesso i nomi e non riconosce le persone, ma con l'arrivo di Alessandro e dei suoi amici (che gli si piazzano in casa) migliora e gli si affeziona, così come il ragazzo che cambia e cresce attraverso la sua frequentazione: per Giorgio vedere la tv, giocare a carte e fumare con quei giovani, all'insaputa della attenta padrona di casa, rappresenta qualcosa che gli cambia la vita così come avviene per Alessandro e i suoi amici che si affezionano sempre di più a quell'anziano signore così lontano da loro. Finché questa strana compagnia si metterà in viaggio, sulle tracce di qualcosa di veramente prezioso...

"Come avete impostato il personaggio di Giorgio?”
"Bruni ha sempre le idee molto chiare e precise, le sue osservazioni sono sempre pertinenti: è stato molto paziente nel caratterizzare e cesellare il poeta che interpreto, descriverlo con la sua sobria eleganza ed il suo lessico ricercato rappresentava un modo per "alfabetizzare" quel gruppo di giovani piuttosto "coatti" e compiaciuti di esserlo".

"Ricorda qualche momento della lavorazione particolarmente impegnativo?" 
"Per uno come me che azzarda a riproporsi in questo lavoro ce ne sono stati eccome!
Tornavo a recitare dopo tanto tempo e questo all'inizio mi ha fatto una certa impressione. Conservo ricordi molto piacevoli anche per merito del cast e della troupe, penso soprattutto al direttore della fotografia Arnaldo Catinari che aveva girato con me i miei ultimi due film da regista: "I misteri di San Pietroburgo" e "L'industriale". Questa volta sono stato sempre e solo disciplinatamente agli ordini del mio regista, con lui ho finito col dimenticare di esserlo anche io, mi sono messo nelle sue mani fidandomi ciecamente di lui, e alla fine delle riprese ho capito quanto sia difficile il mestiere dell'attore: mentre si preparano le scene tu sei in una stanzetta o in una roulotte e aspetti in silenzio che arrivi il tuo turno, spesso coccolato dalla simpatia degli amici e delle amiche della troupe e allora è meglio che ti identifichi in quello che dovrai dire altrimenti tutto diventa meccanico. La lavorazione è stata tutta molto piacevole, abbiamo rispettato perfettamente i tempi che ci avevano concesso. Vedevo il giovane Andrea Carpenzano crescere come attore giorno dopo giorno e vedevo anche gli altri ragazzi (fra cui il figlio di Bruni, Arturo) sempre più attenti e uniti tra loro, sempre più consapevoli del loro ruolo e del rispetto del set e del loro regista, in un clima di profonda collaborazione. L'unica vera fatica è arrivata quando in occasione di una gita in montagna al Lago Santo di Pievepelago, abbiamo percorso alcuni tratti a piedi un po' faticosi. Durante le riprese, Bruni si preoccupava di me e mi abbracciava con tenerezza come se fossi davvero il suo papà: in quei momenti che ha vissuto davvero sulla sua pelle era davvero commosso. Non è un caso che abbia dedicato questo film da lui così sentito proprio a suo padre, che ora non c'è più".

"Lei raccontava che prima di diventare il grande regista che è, aveva iniziato a lavorare nel cinema come attore nel lontano 1950...”
"Sì, a 20 anni, mentre recitavo in teatro con una compagnia filodrammatica in un teatro della mia città, Genova, conobbi quel meraviglioso gentiluomo che era Carlo Lizzani mentre preparava “Achtung! Banditi!”, il suo primo film da regista dopo un lungo apprendistato con Roberto Rossellini e Giuseppe De Santis. Lizzani aveva difficoltà a trovare i finanziamenti, ricordo che fu necessaria una sottoscrizione popolare per raccogliere i fondi adeguati. Mi ritrovai affascinato, quasi in estasi, in un luogo magico come un set di cinema che non mi aspettavo mai di poter frequentare. Sono stato fortunato perché per risparmiare sui costi la produzione cercava gli interpreti a Genova e dintorni, i veri luoghi delle riprese. Da Roma arrivarono solo gli attori principali: Gina Lollobrigida, Andrea Checchi e Lamberto Maggiorani, il protagonista di "Ladri di biciclette", insieme ad alcuni giovani destinati a farsi strada come il direttore della fotografia Gianni Di Venanzo e gli allora suoi assistenti Carlo Di Palma ed Erico Menczer, oltre a Giuliani De Negri, futuro produttore dei fratelli Taviani. Negli anni successivi continuai a recitare brevi ruoli in "Terza Liceo" di Emmer, "La donna del giorno" di Maselli e "La cieca di Sorrento" di Gentilomo fino a quando quella magnifica persona che è stata Gillo Pontecorvo non mi propose di lavorare come aiuto regista per la sua opera prima, "La lunga strada azzurra".
Il mio sogno però era sempre stato quello di dirigere un film, volevo capire e imparare facendo pratica sul campo e allora tornai con Carlo Lizzani sul set di "Esterina" e collaborai con Elio Petri su quello de "L'assassino" fino a quando non arrivai a dirigere nel 1961 il mio primo film, "Tiro al piccione", con cui è iniziata la mia faticosa avventura da regista. In seguito il mio lavoro è stato sempre quello, ma mi sono sempre divertito a recitare dei brevi ruoli in vari film di qualche amico come ad esempio “Un eroe borghese” di Michele Placido, "Il lungo silenzio "di Margarethe Von Trotta, “Il caimano” di Nanni Moretti e il recente "L'abbiamo fatto grossa" di Carlo Verdone".

 

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