Il nome della rosa visto al Franco Parenti
Venerdì 3 Novembre 2017

Il nome della rosa visto al Franco Parenti

Il romanzo di Eco a teatro in uno spettacolo kolossal, che riesce a parlare anche dell’oggi

Valeria Prina
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Umberto Eco, Stefano Massini, Leo Muscato: tre nomi prestigiosi per portare a teatro Il nome della rosa, senza tradire il romanzo del primo, attraverso la trasposizione teatrale di Massini e la regia di Muscato. Se poi aggiungiamo il lavoro della scenografa Margherita Palli è chiaro che il risultato è un kolossal con 13 attori per 40 personaggi, ora a Milano al Teatro Franco Parenti.

Anche se è meglio evitare un raffronto con un mezzo dalle potenzialità espressive differenti come il cinema, di cui si ricorda la versione con regia di Jean-Jacques Annaud, il riferimento alle pagine scritte appare invece più comprensibile. Così piace molto la scelta - ben corrispondente a quella del romanzo dove Adso da Melk racconta avvenimenti di cui è stato protagonista molti anni prima - di un Adso ormai ottantenne, che al lato della scena racconta, mentre si vede un se stesso molto giovane in azione, insieme a Guglielmo da Baskerville. Il nome non è casuale, con un riferimento a Sherlock Holmes - Il mastino dei Baskerville è il suo giallo più famoso - e alla sua capacità di deduzione ed è proprio questo carattere che si delinea fin dalle prime scene. E Adso è dunque un Watson in formazione. Quando la scena si apre vediamo l'interno dell’abbazia dove subito scopriamo esserci stata una morte sospetta, a cui altre ne seguiranno.  L'aspetto giallo, con la decifrazione di quanto successo, è una delle chiavi di lettura del romanzo e dello spettacolo teatrale.  La soluzione - poco prevedibile per chi scopre per la prima volta la storia – è però perfettamente collimante con tutto quanto viene detto e argomentato e questo a teatro appare molto chiaramente.

La bella scenografia con scale di legno e porte per una ambientazione cupa, con brevi momenti in cui la luce riesce a filtrare, è ben confacente all'atmosfera oscurantista che si respira in quella abbazia. Diventa dunque un altro elemento pregnante in grado di contribuire al racconto, come lo sono i sai scuri dei frati in antitesi a quelli chiari di Guglielmo da Baskerville e Adso.

Il labirinto quando rappresenta la biblioteca, ricostruito con delle scale, è soprattutto raccontato, mentre molte altre proiezioni suggeriscono differenti ambientazioni - le parole proiettate quando in scena sono i copisti, i teschi per l'ossario - fino a un momento particolarmente suggestivo quando la ragazza, di cui né Adso né noi mai sapremo il nome, viene arsa come strega e ci appare avvolta nelle fiamme e ugualmente alla fine l'incendio assume un alto livello di credibilità. Aldilà della sontuosa e suggestiva scenografia, altre letture si affacciano. Subito sentiamo parlare della biblioteca a cui non ci si può avvicinare, mentre dei frammenti della croce di Cristo vengono mostrati ad Adso, e Guglielmo commenta che con tutti i frammenti che circolano si potrebbe ipotizzare che Cristo sia stato crocifisso su una foresta. La contrapposizione tra cultura e superstizione, tra libri - manoscritti in questo caso - e credenze è uno degli elementi che emerge più chiaramente. Come emerge il desiderio di tenere nell’oscurantismo, in questo caso i frati, per poterli meglio dominare. Ed emerge la forza dell'ironia, della capacità del riso temuta in quanto arma contro il potere forte e osteggiata da chi preferisce tenere gli altri nell'ignoranza per meglio dominarli. Molte sono le considerazioni di forte rilievo espresse chiaramente, ma anche suggerite, così non è difficile pensare che immaginando il passato e rendendolo vivo in palcoscenico si parla anche dell’oggi.

Il nome della rosa
di Umberto Eco
versione teatrale di Stefano Massini
con (in o.a.) Eugenio Allegri, Giovanni Anzaldo, Giulio Baraldi, Luigi Diberti, Marco Gobetti, Luca Lazzareschi, Bob Marchese, Daniele Marmi, Mauro Parrinello, Alfonso Postiglione, Arianna Primavera, Franco Ravera, Marco Zannoni

regia Leo Muscato
scene Margherita Palli
costumi Silvia Aymonino
luci Alessandro Verazzi, musiche Daniele D’Angelo, video Fabio Massimo Iaquone, Luca Attilii

produzione Teatro Stabile di Torino - Teatro Nazionale Teatro Stabile di Genova / Teatro Stabile del Veneto - Teatro Nazionale in accordo con Gianluca Ramazzotti per Artù e con Alessandro Longobardi per Viola Produzioni

Con il sostegno di Fideuram

a Milano al Teatro Franco Parenti dal 2 al 12 novembre 2017

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