L’interrogativo non è di difficile soluzione, quanto più fonte di inquietanti risposte. O meglio di incresciosi assensi. Ahimè, diciamo tutti tentennando la testa, se ci addentriamo nelle radici profonde del problema – Essere, naturalmente! Ma quest’affermazione resta valida solo a livello teorico superficiale. Si perché poi all’atto pratico si è tutti abili invece a dimostrare il contrario. Provate a chiedere oggi cosa sia più rilevante, cosa conti maggiormente nell’epoca che stiamo vivendo. Vi verrà fornita una serie di risposte banali e scontate, ma anche un pò stupefacenti, in fondo per la loro spiccata fatuità. Cos’è che si desidera, che si auspica di più nel mondo attuale? Evidentemente, ciò che è più in voga, più in evidenza, ciò che tutti o una buona parte di quest’universo formato da “altri”, hanno, possiedono e mettono in mostra. Ciò che fa più notizia, che è più “di moda”, che riguarda il campo dell’innovazione e del “recente”, che suscita entusiasmo e quel senso d’invidia fondato sull’emulazione, sull’imitazione ad avere in egual misura, ed anche di più. Siamo nell’epoca dello sfoggio, del consumismo, dell’accumulo. Forse neppure ci dovrebbe più meravigliare sentir parlare solo di possedere questo o quell’oggetto, un tale o un tal altro accessorio. Autovetture potenti, veloci, e sempre più sofisticate, villette con vista sul mare o circondate dal verde e dall’aria salubre di montagna. Per non parlare poi dei frutti della moderna tecnologia che stanno invadendo ogni angolo di mondo: computer (con ogni sorta di messaggi in “rete”), cellulari e piccoli e grandi aggeggi vari. Il mondo sta diventando una gara in cui concorrere per attestare e dimostrare la propria rapidità nell’accaparrarsi tutto ciò che, man mano, viene posto sul mercato, senza badare a spese ne a limiti. Tutto ciò (l’avere, la cultura del possesso materiale)ha nettamente soverchiato l’essere. E l’essere (umano, inteso come persona) esiste e vive solo in funzione dell’avere. Non si esaltano più le caratteristiche intrinseche individuali, le virtù, i valori che possono fare apprezzare la personalità del singolo.
In passato tutto aveva un accento più spiccatamente caratteristico e “naturale” . I sentimenti soprattutto. L’amore, l’affetto, la comprensione erano intrisi di maggiore e più marcata espressività. Gli innamorati fondavano la loro conoscenza su un approccio diretto, tangibile. Nel periodo del fidanzamento, esprimevano l’essenza del loro amore tramite lunghe lettere e, pur se l’ortografia non era sempre esatta e corretta al 100%, il significato non veniva comunque leso né sminuito.
Oggi è sempre più dilagante il fenomeno della conoscenza tramite internet, con scambio di ogni sorta di informazioni, indirizzi e persino foto (che poi, magari, risultano non essere della persona in questione). Quando in seguito si sta insieme la comunicazione non avviene per iscritto – nemmeno una riga. Ci sono i telefonini, dove le parole arrivano spesso stentate e il più delle volte interrotte, inframmezzate da fastidiose interferenze. Tutto ciò a vantaggio di tanto tempo risparmiato, sostengono i giovani. Si, ma a discapito dell’autenticità del sentirsi veri, vivi, esseri umani e non robot. È chiaro. La stessa linea di pensiero, con similitudini alquanto profonde rispetto a ciò che abbiamo finora enunciato è presente in
Avere o essere? Di Erich Fromm. Lo psicanalista scrive “La modalità esistenziale dell’avere, incentrata sulla brama di possesso di oggetti, di potere, sull’egoismo, lo spreco, l’avidità e la violenza – opposta alla modalità esistenziale dell’essere, basata sull’amore, la gioia di condividere, l’attività autenticamente produttiva e creativa della quale hanno parlato i grandi maestri di vitae di pensiero, da Gesù a Budda, da Tommaso D’Aquino a Spinoza e Johannes (Meister) Eckhart, a Marx e Albert Schweitzer-, domina nel mondo contemporaneo e sta portando l’umanità alla catastrofe”.
“La grande illusione che il progresso industriale e tecnologico illimitato portasse alla felicità per tutti attraverso la soddisfazione di tutti i desideri e ristabilisse la pace sociale e l’armonia dell’uomo con la natura, è ormai incontestabilmente fallita. L’uomo contemporaneo è diventato un ingranaggio dell’immensa macchina burocratica, alienato, manipolato dall’industria dei mass media, dai governi, esposto ai pericoli ecologici e al rischio di conflitti nucleari, psicologicamente depresso, isolato angosciato, preda di impulsi distruttivi”. Poi, lo scrittore precisa: “sembrerebbe che l’avere costituisca una normale funzione della nostra esistenza, nel senso che per vivere dobbiamo avere oggetti. Inoltre dobbiamo avere cose per poter godere. In una cultura nella quale la meta suprema è l’avere – e, anzi l’avere sempre più- e in cui è possibile parlare di qualcuno come di una persona che “ vale un milione di dollari”, come può esserci un’alternativa tra Avere ed Essere? Si direbbe al contrario che l’essenza vera dell’essere sia l’avere, che se uno non ha non è nulla.
Bellissima esauriente e particolarmente intensa è, poi, la descrizione che segue a proposito della reazione alla vista di un fiore, trattata da due poeti, l’uno inglese e l’altro giapponese. Il primo che al vedere il fiore fa subito corrispondere il desiderio di averlo, e infatti lo strappa, tenendolo in mano, “ radici e tutto”. E il secondo, che non desidera affatto coglierlo e neppure lo tocca, limitandosi soltanto a guardarlo attentamente per “vederlo”. “Avere è un’ espressione ingannevolmente semplice” , scrive ancora Fromm, toccando l’uso odierno del verbo e la sua frequentissima collocazione nel linguaggio attuale. Cosi un tale che si rivolge ad uno psicoanalista dirà: “dottore ho un problema, ho l’insonnia. Benchè abbia una bella casa, bravi figli, un matrimonio felice, ho molte preoccupazioni.”il viaggio attraverso la modalità di uso dei verbi essere ed avere, prosegue poi con l’illustrazione dei procedimenti di apprendimento, di memorizzazione (il ricordo) di conversazione, di lettura e di conoscenza.
Anche sotto il profilo religioso per quanto riguarda la fede, Fromm delinea due modalità. La fede intesa nel senso dell’avere è il possesso di una risposta per la quale manca ogni prova razionale, la fede secondo la modalità dell’essere, invece non consiste nel credere a certe idee, ma è un orientamento intimo, un atteggiamento. Per cui dovremmo dire che la persona è nella fede piuttosto che abbia fede.
Anche per l’amore esistono due significati. Si può avere amore? Si interroga Fromm. Se cosi fosse, esso dovrebbe essere una cosa, una sostanza che si può custodire, possedere. “la verità è che non esiste affatto l’amore come una cosa;: si tratta di un’astrazione… in realtà esiste solo l’atto di amare; e amare è un’attività produttiva che implica l’occuparsi dell’altro, conoscere, rispondere, accettare, godere.” Allorchè l’amore viene vissuto sotto questa modalità, esso implica, prigionia e controllo dell’oggetto amato. Ma spiega ancora lo psicanalista, la natura della modalità esistenziale dell’avere deriva dalla natura della proprietà privata. “Secondo questa modalità esistenziale, null’altro conta se non la mia acquisizione di proprietà e il mio illimitato diritto di conservare quanto uno acquistato. La modalità dell’avere ne esclude altre, essa non richiede ulteriori sforzi da parte mia per conservare quanto già ho o farne un uso produttivo”. La modalità dell’essere ha, invece, come prerequisiti, l’indipendenza, la libertà, e la presenza della ragione critica. La sua caratteristica portante risiede nell’essere attivo che va interpretato non nel senso di un’attività esterna, ma interna, di uso produttivo dei nostri poteri umani.
Un’altra sostanziale differenza fra le due suddette modalità è che mentre quella dell’essere “si pone soltanto nel qui, ora” quella dell’avere si pone nel tempo: passato, presente, futuro. Fromm parla dell’”uomo nuovo” elencandone le caratteristiche e le qualità, sottolineando la possibilità di un diverso atteggiamento verso la natura e la società. Ma quanto sarà possibile per l’uomo del futuro tornare indietro, verso l’io sono e non l’io ho!
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