Delitto e Castigo visto al Franco Parenti
Lunedì 13 Marzo 2017

Delitto e Castigo visto al Franco Parenti

Il romanzo di Dostoevskij in una messinscena che ne mantiene viva la forza

Valeria Prina
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Con Delitto e Castigo, ora in scena a Milano al Teatro Franco Parenti, prende vita un Dostoevskij che sa affascinare un pubblico di tutte le età, anche quello che magari non ha mai letto neanche una pagina. La sua opera più famosa, pur naturalmente ridotta a un decimo delle pagine dall’adattamento di Alberto Oliva e Mino Manni, non perde la capacità di incantare il pubblico e comunicarne la forza, in un percorso che dal sovra potere passa alla comprensione del male e lascia intravedere il desiderio di redenzione.

All'inizio dello spettacolo sentiamo la vecchia usuraia pronunciare delle parole in russo alla sorella: siamo a Pietroburgo, del resto anche Dostoevskij non si dilunga in descrizioni della città. Da quel momento, da quando brandisce l’ascia e uccide, Raskolnikov (Francesco Brandi) è sempre in scena, protagonista attorno a cui tutto ruota e di cui a teatro viviamo il suo punto di vista, diversamente dall'utilizzo della terza persona nel romanzo, che invoglia a una visione più distaccata. E’ un modo per calare ancora di più gli spettatori nella storia e nella sua progressivamente conscia colpevolezza. Lo vediamo dibattersi, vestire volutamente i panni del colpevole, ma un colpevole autorizzato dalla sua natura superiore, come spiega al giudice Porfirji (Massimo Loreto). È il centro di una storia corale: intorno a lui muovono molti altri personaggi, tra i quali Svidrigajlov (Mino Manni) che era stato protagonista de Il topo del sottosuolo, prima parte della trilogia, andato in scena a fine novembre ugualmente al Teatro Franco Parenti. Se in quella pièce si raccontava al pubblico attraverso un monologo, qui invece dialoga con Raskolnikov, diventando una delle incarnazioni del male e le due immagini sembrano sovrapporsi. Il sapersi colpevole di Raskolnikov prende forma con un'ascia che compare improvvisamente e altri incubi che si materializzano. E intanto Katerina Ivanovna (Maria Eugenia D'Aquino), rimasta vedova con tre bambini, la vediamo tossire per la tisi, parlare dell’importanza di essere responsabile, ma anche chiedere l'elemosina insieme ai bambini che il pubblico può immaginare grazie a tre palloncini portati per mano in scena.

Se Raskolnikov avanza spesso verso il pubblico per raccontarsi, altri momenti sono ricostruiti con continui cambi di scena, grazie a pareti che si muovono a vista, perfettamente in grado di far immaginare le diverse situazioni. Qui si muovono gli attori, diversi impegnati in più ruoli, per far vivere agli spettatori il cammino dalla colpa a un desiderio di redenzione.

Guidato dalla bella regia di Alberto Oliva è un cast davvero in stato di grazia quello che fa vivere i diversi personaggi davanti agli occhi degli spettatori, mentre luci e musica diventano parte integrante del racconto.

I costumi possono rimandare all'ottocento, ma non quello di Svidrigajlov, che già così avevamo visto in il topo del sottosuolo e quello di Raskolnikov, che potrebbe essere anche di oggi, perché la convinzione di essere superiori, al di sopra del giudizio comune, è anche dei nostri giorni.

Delitto e Castigo Capitolo 3
Una discesa agli Inferi tra lucidità e follia
Adattamento di Alberto Oliva e Mino Manni
da Fedor Dostoevskij
regia di Alberto Oliva
con Valentina Bartolo, Francesco Brandi, Maria Eugenia D'Aquino, Matteo Ippolito, Massimo Loreto, Mino Manni, Camilla Sandri,  Sebastiano Bottari
A Milano al Teatro Franco Parenti Sala Tre dal 7 al 19 marzo 2017 

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