Copenaghen visto al Piccolo Teatro Grassi
Sabato 7 Aprile 2018

Copenaghen visto al Piccolo Teatro Grassi

Tre grandi attori e una pièce che parlando di fisica ed etica conquista gli spettatori senza un attimo di vuoto

Valeria Prina
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Affascinante. Copenaghen, la pièce di Michael Frayn, ora a Milano al Piccolo Teatro Grassi, affascinante lo è davvero. Come una calamita è in grado di conquistare l'attenzione dello spettatore senza consentirgli mai di distrarsi, anche se il tema che fa da sottofondo è tutt'altro che banale. Protagonisti sono gli scienziati Werner Heisenberg (Massimo Popolizio), Niels Bohr (Umberto Orsini), sua moglie Margrethe (Giuliana Lojodice), che pone la prima domanda che motiva tutto lo spettacolo: perché Heisenberg è andato a Copenhagen a trovare il suo maestro Bohr?

La pièce immagina che tutti e tre siano morti e ritornino con il ricordo a quegli avvenimenti realmente accaduti. Siamo nel 1941, quando la Danimarca è occupata dalla Germania nazista e qui vive Niels Bohr, Premio Nobel per la fisica nel 1922 e maestro di Heisenberg (Premio Nobel per la fisica nel 1932 e uno dei fondatori della meccanica quantistica), con cui era solito fare lunghe passeggiate di meditazione e discussioni sulla fisica. Ed è quanto alla fine Heisenberg invita Bohr a fare anche in quella giornata dell’ottobre 1941, una passeggiata che segnò la rottura dell'amicizia tra i due: che cosa è realmente successo, è uno dei tanti interrogativi. La pièce esamina i motivi che potrebbero rappresentare la spiegazione di quell'incontro, senza arrivare a una risposta certa. Durante lo spettacolo si parla di fisica, un aspetto che può interessare molto chi di questo si occupa, ma che riesce comunque a conquistare l'attenzione anche di chi è più digiuno del tema. Perché qui la fisica ha risvolti strettamente legati all’etica: stiamo parlando della bomba atomica e del processo necessario per arrivare a costruirla. Dunque è inevitabile chiedersi quanto sia giusto proseguire nelle ricerche che porteranno alla realizzazione della bomba atomica, anche se si sa che questa verrà utilizzata per dare la morte in epoca di guerra. Il fisico tedesco sembra lontano dalla soluzione oppure è solo una scelta etica che prevale in lui? Per gli spettatori è un dubbio che riguarda l'aspetto etico: quanto è lecito proseguire gli esperimenti sapendo che questi verranno utilizzati per distruggere l'umanità?

Senza dimenticare qualche sorriso, con un testo semplicemente perfetto si parla di fisica, di etica, di nazismo e di ebrei, ed è inevitabile successivamente pensare all'apporto alla realizzazione della bomba atomica da parte di italiani fuggiti negli Stati Uniti, come Enrico Fermi. Ed è anche inevitabile pensare a Ettore Majorana e alla sua scomparsa, forse dovuta alla comprensione di quanto poteva succedere e alla voglia di non esserne parte.

In questa versione della pièce, in scena a 18 anni di distanza dal debutto sullo stesso palcoscenico milanese, vediamo all'inizio i video che permettono di ricordare quanto la scissione dell'atomo e quindi la realizzazione della bomba atomica abbia portato alla morte di centinaia di migliaia di persone in Giappone. E’ un video che sembra avvolgere tutta la scena e i protagonisti stessi, per evidenziare come da loro e dalle loro ricerche poteva nascere questa distruzione.

La pièce deve molto del suo fascino anche all'apporto degli attori, Umberto Orsini, Massimo Popolizio, Giuliana Lojodice, gli stessi della prima messinscena, che sembrano impadronirsi della scena e catturano l'attenzione degli spettatori con la loro interpretazione, un mix di espressività sempre mutevole, di movimenti, di toni di voce sempre in grado di far risaltare quanto viene detto in un fluire di parole, che non appare mai ostico nemmeno a chi è digiuno del tema. E questo in una scenografia relativamente semplice, dove le lavagne con formule matematiche occupano tutto il fondale del palcoscenico: a volte li vediamo seduti su delle sedie, a volte sui gradini di quella che è una aula universitaria, perché Werner Heisenberg era allievo di Niels Bohr, come un figlio con il padre, ricorda Margrethe Bohr. E perché non pensare per un momento alla scena di un film come Il Sipario strappato di Hitchcock, dove, in epoca sovietica, davanti a una lavagna in un’aula universitaria l’anziano scienziato della Germania dell'Est si rende conto che al giovane fisico americano – arrivato a Copenaghen per un congresso e da lì passato oltrecortina per carpire dei segreti scientifici - manca un passaggio per arrivare alla soluzione del problema? Ma questo è un altro spettacolo, pur ugualmente con sottofondo scientifico e coinvolgimento etico.

L'ultima considerazione che esalta il fascino dello spettacolo riguarda la capacità del teatro di raccontare e coinvolgere gli spettatori con un tema non abituale e nemmeno semplice, perlopiù non affrontato da quegli stessi spettatori prima di entrare in teatro. E pure non si può che rimanere incantati, a dimostrazione di quanto il teatro sia capace di parlare a tutti quando chiama in causa la qualità.

Alla prima, il 3 aprile, era presente l’autore Michael Frayn, che il pubblico italiano ha applaudito anche per una pièce molto diversa, ma ugualmente indimenticabile, come Rumori fuori scena.

Copenaghen
di Michael Frayn
traduzione Filippo Ottoni e Maria Teresa Petruzzi
con Umberto Orsini, Massimo Popolizio e con Giuliana Lojodice
regia Mauro Avogadro
produzione Compagnia Umberto Orsini e Teatro di Roma – Teatro Nazionale in co-produzione con CSS Teatro Stabile di Innovazione del FVG
a Milano al Piccolo Teatro Grassi dal 3 al 22 aprile 2018

Copenaghen

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