Biennale di Venezia: 11° Festival Internazionale di Danza Contemporanea
Giovedì 22 Giugno 2017

Biennale di Venezia: 11° Festival Internazionale di Danza Contemporanea

Venezia, 23 giugno - 1 luglio 2017

Cristian Pedrazzini
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Apre domani, venerdì 23 giugno, il “capitolo primo” della coreografa canadese alla guida della Biennale Danza con l’11. Festival Internazionale di Danza Contemporanea, organizzato dalla Biennale di Venezia, presieduta da Paolo Baratta.

9 giorni di festival, 26 coreografie in programma (9 prime nazionali e 1 prima europea), oltre a 3 brevi creazioni originali dei coreografi di Biennale College e 1 nuova creazione di BenoîtLachambre per i danzatori del College; 15 artisti invitati; infine eventi in Campo S. Agnese e un ciclo di proiezioni e incontri con i coreografi al termine di ogni spettacolo.

“Attraverso Biennale College, la scuola per coreografi e quella per danzatori, attraverso il Festival, i suoi spettacoli, i film, gli incontri, gli interventi nei campi e le conversazioni con gli artisti dopo le rappresentazioni, la consegna del Leone d’oro e d’argento - afferma Marie Chouinard - ho l’occasione di proporre autori, opere, artisti e pratiche corporee in cui credo profondamente, che aprono i nostri schemi mentali e percettivi verso altre dimensioni, che forzano il dialogo tra noi e le nostre abitudini, tra le nostre strutture mentali e la nostra libertà, verso una bellezza rinnovata, verso una vitalità radicale, verso un compimento dell’incarnazione, verso un’inclusione forte, verso un amore sempre più grande”.

E’ Lucinda Childs, iconadella danza post moderna americana degli anni ’70, pioniera di quel minimalismo astratto che influenzerà generazioni di artisti in tutto il mondo, a inaugurare l’11. Festival Internazionale di Danza Contemporanea. Leone d’oro alla carriera.

Leone d’oro alla carriera, la coreografa americana è al centro della giornata inaugurale, venerdì 23 giugno, con tre spettacoli: Katema e Dance II in Campo S. Agnese (ore 11.30), originariamente due assoli che la Childs ha sviluppato in lavori d’ensemble, e il capolavoro Dance, in scena al Teatro alle Tese dopo la cerimonia di consegna del Leone d’oro (ore 21.30).

Opera coreografica creata nel 1979, Dance è ormai un classico del repertorio della danza contemporanea mondiale e ci racconta della straordinaria stagione d’oro degli anni ’70 a New York, dove artisti di differenti discipline si incontravano e collaboravano, l’arte usciva dai teatri e dalle gallerie per andare nelle strade, arrampicarsi sui grattacieli ed entrare nei loft. Così Dance vede insieme tre dei più importanti nomi di quella straordinaria stagione creativa: Lucinda Childs per la coreografia, Philip Glass per la musica e Sol LeWitt per il film-scenografia che riproduce in perfetto sincrono i movimenti dei danzatori. Prima di Dance la Childs aveva già collaborato con Philip Glass partecipando alla celebre opera di Robert Wilson Einstein on the beach, presentata per la prima volta in Italia alla Biennale Teatro di Luca Ronconi nel 1976.

Rinnovando la collaborazione con Glass scrive la Childs: “Ho sviluppato il materiale per i danzatori che né illustra né contraddice la sua musica ma piuttosto stabilisce un dialogo tra la sua musica e la mia coreografia, che a sua volta evolve in una sorta di contrappunto visuale”. Il contrappunto di cui parla la coreografa, tra ritmo del movimento e musica, viene amplificato dal contrappunto visivo creato dal film di LeWitt. Dance è riproposto per la prima volta in Italia nella sua versione integrale, con il film-décor in rigoroso bianco e nero, proiettato su uno schermo trasparente sul fondo della scena, che l’artista americano Sol LeWitt aveva creato originariamente per accompagnare e moltiplicare il movimento dei danzatori in scena. Nella messa in scena di oggi i danzatori ripresi nel film di LeWitt del 1979, tra i quali danza la stessa Childs, dialogano con i corpi in scena degli undici interpreti della nuova compagnia di Lucinda Childs, riattualizzando la coreografia alla luce del contrasto tra la fisicità dei danzatori degli anni settanta e dei danzatori di oggi.

Nel pomeriggio, nella Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian, sede della Biennale (ore 17.30), si svolgerà l’incontro aperto al pubblico con Lucinda Childs (ingresso con invito).

SABATO 24 GIUGNO 
Biennale College Coreografi con Irina Baldini, Chloe Chignell, Joaquín Collado Parreño in Campo Sant’Agnese, ore 11.30.

Performer e coreografo fra i più rivoluzionari della scena europea, Alessandro Sciarroni è interessato a tutte quelle pratiche del corpo – discipline sportive, arti circensi, mestieri – da cui parte per arrivare alla costruzione coreografica, spesso un atto di resistenza fisica in scena. Chroma_Don’t Be Frightened of Turning the Page (Teatro alle Tese, ore 17.30) in prima per l’Italia dopo il debutto a Parigi a Le 104, è il risultato di numerose tappe di ricerca, residenze, workshop, studi, che hanno un primo nucleo in TurningChroma nasce durante il progetto “Migrant Bodies” tra il 2014 e il 2015. Partendo dall’osservazione dei processi migratori di alcuni animali e del concetto di migrazione in senso largo, Sciarroni indaga la pratica del corpo che ruota intorno al proprio asse, lavorando sul termine inglese turning inteso come girare, ma anche come cambiare, evolvere. Chroma si incarna in un assolo interpretato da Alessandro Sciarroni stesso, che per 45 minuti sperimenta l’azione del girare. Giocando con l’equilibrio dell’asse e l’attenzione dello spettatore, Sciarroni ci coinvolge in una danza ipnotica che suggerisce una riflessione sul tempo, sul cambiamento e la percezione del sé.
 
Arriva per la prima volta in Italia Clara Furey, nata a Parigi ma di origine canadese, un’artista che lavora a progetti che incrociano creazione coreografica, musica e performance. Untied Tales (The Vanished Power of the Usual Reign) (Arsenale, Sale d’Armi A, ore 19.00) in prima nazionale e realizzato con il danzatore e coreografo slovacco Peter Jasko, indaga il rapporto tra finzione e realtà, illusione e verità, ma anche la coesistenza di due linguaggi artistici che si incontrano senza annullarsi: quello contemporaneo di Clara Furey e quello del partner Peter Jasko, influenzato nel suo vocabolario gestuale dalle danze popolari. Ispirandosi al libro di Louise Murphy, The True Story of Hansel and Gretel: A Story about War and Survival, che mescola la fiaba classica alle tragedie del novecento, i due interpreti intessono un racconto dark alternando astratto e figurativo, danza contemporanea, musica e performance.
Afferma Clara Furey: “penso che sia importante fare dei lavori che mettano le persone di fronte ai propri pensieri invece di dirgli cosa sentire, fare un lavoro che possa portare all’introspezione. Riguardo alle mie creazioni penso spesso a parole come: infinito, irrisolvibile, inestimabile (imprevedibile), in nessun luogo”.
A seguire, conversazione con Clara Furey.
 
Un ritorno alla Biennale è quello di Louise Lecavalier, per 18 anni formidabile interprete dei La La La Human Steps: questa volta è a Venezia nel duplice ruolo di coreografa e danzatrice per So Blue (Teatro Piccolo Arsenale, ore 21.30), che interpreta con Frédéric Tavernini. Al centro di questo vorticoso duo è il corpo “il corpo nobile e puro- sangue, il corpo animale, il corpo eccessivo; il corpo mutevole, sempre misterioso che detta le sue leggi in perpetua ricerca, veloce come un pensiero, che trasgredisce i propri limiti per sorpassare se stesso, il corpo strano, un cosa astratta, malleabile, un oggetto di rappresentazione conosciuto e sconosciuto, il corpo spontaneo e ingenuo, il corpo in trance e trasceso;  il corpo che muta in respiro, energia, luce, il corpo che non cerca più di decodificare. Il corpo che traccia il suo percorso, lotta, si arrende, rimbalza e svanisce nello spazio” (L. Lecavalier).
In So blue il corpo si libera e si fa scultura, performance, danza in un intenso e catartico viaggio nella partitura pulsante di Mercan Dede, compositore turco-canadese che mescola tradizione musicale ottomana e avanguardie occidentali.
A seguire, conversazione con Louise Lecavalier.
 
DOMENICA 25 GIUGNO
Biennale College Danzatori con Benoît Lachambre, That Choreographs us 1 in Campo Sant’Agnese, ore 11.30.

Alessandro Sciarroni porta a termine oggi il suo trittico di spettacoli: Aurora (Teatro alle Tese, ore 17.00) è una pratica performativa e coreografica che come Turning riflette sul passare del tempo, e che nasce da una riflessione sulla disciplina sportiva del goalball, sport rivolto a non vedenti e ipovedenti. Aurora rappresenta la terza tappa di una trilogia intitolata Will You Still Love Me Tomorrow? insieme a Folk-s Untitled, un lavoro che porta in scena dei giocolieri. Tramite questa trilogia Alessandro Sciarroni vuole indagare i concetti di resistenza, sforzo e concentrazione.
Folk-s, will you still love me tomorrow? (Teatro alle Tese, ore 21.30), primo capitolo della trilogia sul tempo, nasce da un’indagine sulla resistenza dei fenomeni popolari alla contemporaneità. Lo spettacolo è una gara di resistenza per danzatori al ritmo della danza popolare dello Schuhplatter tirolese, che letteralmente significa “battitore di scarpe”, e che consiste in un loop di gesti percussivi per interrogarsi sul ballo come regola, flusso di immagini che seguono il ritmo e la forma. In Folk-s, Sciarroni coinvolge direttamente il pubblico nell’atto performativo, così come viene indicato all’inizio dello spettacolo: la danza folk durerà, e potrà esistere, fino a quando ci sarà almeno uno spettatore a guardarla e almeno un interprete a eseguirla. Così facendo Sciarroni ricorda al pubblico la dimensione condivisa dell’atto spettacolare e ristabilisce un rapporto democratico tra artista e pubblico nel momento della performance, qui intesa come atto unico e irripetibile di condivisione del presente.
A seguire, conversazione con Alessandro Sciarroni.

Negli spettacoli della belga Lisbeth Gruwez, formata al classico e poi con la compagnia di Jan Fabre, quindi cofondatrice con il musicista Maarten Van Cauwenberghe del gruppo Voetwolk, suono e movimento sono in stretta connessione e sembrano nascere l’uno dall’altro.
In We’re pretty fuckin’ far from okay (Tese dei Soppalchi, ore 19.00) in prima per l’Italia, la Gruwez mette a fuoco l’ingranaggio della paura fisiologica e psicologica, facendo del corpo una cassa di risonanza delle nostre emozioni più primitive e universali, mentre Maarten Van Cauwenberghe, interprete per Jan Fabre e per Anne Teresa de Keersmaeker, scolpisce un paesaggio sonoro amplificando, sottolineando, distorcendo il respiro dei performer, in dialogo con i loro corpi. Come dice la Gruwez: “We’re pretty fuckin’ far from okay non è un resoconto politico o sociologico sull’ansia nella nostra società, ma mostra ciò che l’esposizione prolungata all’angoscia fa al nostro corpo”. Lo spettacolo è il terzo e ultimo capitolo di un trittico sul corpo estatico, che esplora il vocabolario gestuale dell’irrazionale. Dopo AH/HA, sul potere della risata, e It’s going to get worse and worse, my friend, ispirato ai movimenti dei grandi oratori, la Gruwez si concentra sulla psicofisiologia della paura: il corpo è scosso da tremiti, il respiro si velocizza e aumenta il battito del cuore. Studiando gli effetti dell’istinto della paura sul corpo umano il movimento è ridotto a puro istinto in una danza-trance millimetrica ed essenziale.
A seguire, conversazione con Lisbeth Gruwez.


LUNEDI 26 GIUGNO
Dana MichelSTAHVIN MAHVIN in Campo Sant’Agnese, ore 11.30
The Co(te)lette Film di Mike Figgis, adattamento cinematografico dello spettacolo di Ann van der Broek, Teatro alle Tese, ore 15.00
Incontro: Elisa Guzzo Vaccarino, Teatro alle Tese, ore 16.30

Primo appuntamento con la Compagnie Marie ChouinardIn Museum è un’installazione-performance creata nel 2012 per il Museo d’arte contemporanea di Baie Saint-Paul in Canada riproposta e adattata per la Biennale nello spazio aperto di Campo Sant’Agnese (ore 17.00). Questa creazione è stata pensata per svolgersi in uno spazio in cui il pubblico possa muoversi liberamente. Uno spettatore sarà invitato a entrare nello spazio dedicato alla danza e a condividere con il performer un segreto, un desiderio, una speranza. Da questa forma intima di condivisione nasce una risposta personale dell’interprete, una danza libera di una folgorante spontaneità, come un rito sacro affinché il desiderio si realizzi. In Museum è un’esperienza che evolve secondo il ritmo della relazione tra gli spettatori e l’artista. Punteggiato dalle pause tra uno scambio e l’altro con il pubblico, prima di ridare nuovamente forma all’invisibile, questa performance è una sorta di rituale sacro o di esperienza mistica che ci ricorda l’atto della divinazione della Pizia dell’antica Grecia, che come la danzatrice di oggi cerca di incarnare i nostri desideri e svelare tramite il linguaggio coreografico l’indicibile.     

Biennale College Danzatori: nato per promuovere i talenti offrendo loro di operare a contatto di maestri per la messa a punto di creazioni, Biennale College – Danza presenta quest’anno, all’interno del Festival, l’esito di due percorsi intensivi e strutturati dedicati uno all’arte della coreografia e uno all’arte della danza.
Nella prima serata debuttano i 15 giovani danzatori selezionati per Biennale College – Danza, protagonisti di due titoli (Sale d’Armi A, ore 18.00).
Il primo pezzo presenta alcuni estratti dal laboratorio durato tre mesi su Sider, recente opera di William Forsythe, trasmessa ai giovani interpreti da alcuni dei danzatori per cui e con cui l’opera fu originariamente creata: Katja Cheraneva, Frances Chiaverini, Josh Johnson, Roberta Mosca, David Kern. Opera dal forte impatto teatrale e di grande complessità strutturale, definita da Forsythe stesso “l’orchestrazione di una polifonia”, in Sider sono i danzatori che scelgono le dinamiche, compongono e scompongono architetture utilizzando grandi pannelli di cartone.
Il secondo brano in programma è una nuova creazione di Benoît Lachambre ideata appositamente per loro, esito del laboratorio intitolato That choreographs Us. Pluripremiato artista canadese, Lachambre ha fatto dell’improvvisazione l’asse portante del suo lavoro coreografico, alla ricerca delle radici e dell’autenticità del movimento.

Considerata una promessa della danza olandese, interprete con Elisa Monte Co., Galili Dance e Charleroi Dance prima di approdare alla coreografia fondando la compagnia WArdWaRD nel 2000, Ann Van den Broek presenta The Black Piece (Teatro Piccolo Arsenale, ore 21.30). Ispirato a un testo sulla storia di questo colore archetipico e carico di simbolismi scritto da Michael Pastoureau, lo spettacolo mette in scena i 5 performer immergendoli in una quasi totale oscurità, inframezzata dai bagliori che la stessa Van den Broek orchestra per segnalare frammenti, presenze, prospettive, lasciando che lo spazio prenda forma attraverso i suoni che lo spettatore percepisce. A moltiplicare le possibilità di lettura sono le immagini live dello spettacolo proiettate dal palco, che interrogano lo spettatore sul labile confine tra quello che vediamo e quello che accade realmente. “In questo nero, sensualmente fisico, pregno di movimento e di fantasie – scrive la coreografa fiamminga - si è condotti dalla voce, dalla telecamera, dai danzatori, passando attraverso il caos dei corpi e chiedendosi se ciò che si vede è reale. Come in una camera oscura immagini e idee si affollano e si associano, interrogando chi guarda”.
Lo spettacolo mette insieme diversi linguaggi - teatro, film, danza - per raccontare l’intimità, la sensualità, le contraddizioni del colore nero: il pieno e il vuoto, il senso di sicurezza nel celare tutto, ma al tempo stesso lo smarrimento dell’oscurità. 
Biennale di Venezia: 11° Festival Internazionale di Danza Contemporanea

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