Afghanistan visto al Teatro Elfo Puccini a Milano e ora a Bologna
Martedì 27 Novembre 2018

Afghanistan visto al Teatro Elfo Puccini a Milano e ora a Bologna

Con le due parti, Il grande gioco e Enduring freedom, la storia sale sul palcoscenico conquistando per la drammaturgia e il cast

Valeria Prina
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Conoscere la storia per capire il presente: Afghanistan, nelle due parti Il grande gioco ed Enduring freedom, a Milano al Teatro Elfo Puccini e poi a Bologna e Modena è anche una prova di quanto questo sia importante. Ma tutto è narrato unendo aspetti storici chiarificatori a una drammaturgia che sa catturare lo spettatore. E ancora di più grazie a un cast di livello stellare, con ogni attore fantastico nell'entrare in ruoli anche differenti.

L'aspetto storico appare in scena grazie a video proiettati sul fondo, che portano gli spettatori all'interno degli avvenimenti e delle epoche, con precise datazioni, consentendo di capire molto di più. Quando lo schermo si apre, lasciando il posto agli attori, il coinvolgimento del pubblico diventa totale. La drammaturgia dà rilievo alle persone, che questi avvenimenti li hanno vissuti, personaggi da cui sono dipese le sorti del Paese-del mondo, ma anche - e soprattutto negli ultimi episodi di Enduring freedom - di chi le ha subite. Fin dal primo episodio di Il grande gioco, ambientato nel 1842 durante la prima guerra anglo-afghana, emergono le difficoltà in un Paese innevato, con strette gole. Si evidenziano i modi di vivere, i valori, la mentalità degli afghani, che cozzano contro quelli degli occidentali, la volontà di questi ultimi di disegnare nel 1893 dei confini con la matita, senza tenere conto di tutti gli altri fattori (La linea di Durand, secondo episodio della prima parte). Emergono in Enduring freedom le posizioni dei combattenti americani ed emergono i sogni delle ragazze alle quali i talebani impediscono pensieri, azioni, libertà di qualsiasi genere. Il sogno che chiude Enduring freedom si contrappone al sogno che chiude Il grande gioco, quando si delinea un Afghanistan moderno, evoluto - e siamo nel periodo 1987-1992 con la presidenza di Najibullah, interpretato da Enzo Curcurù - con le donne che studiano, vestono all'occidentale, portano la mini e sono libere. Ma - leggiamo all'inizio di Enduring freedom - Najibullah viene ucciso e i talebani chiudono le scuole, impongono il burka - prima riservato alle prostitute perché non fossero riconoscibili diventa un modo per annullare le donne - e consegnano le donne a un futuro di ignoranza, schiavitù, morte. A questo, che è il lungo futuro per le afghane, si contrappone la determinazione, la razionalità delle donne occidentali, che emerge a più riprese. Emerge la cultura, quando una donna parla dello sbarco sulla Luna di fronte a un uomo che a trent'anni di distanza dall'evento nulla ne sa. E proprio all'inizio di Il grande gioco è una donna, interpretata da Claudia Coli, che ricorda «del senno di poi son piene le fosse», perché quello che stiamo per vedere spiega tutto ciò che avverrà nei decenni successivi e questo sì, noi occidentali oggi lo abbiamo ben presente.

I video aprono ogni episodio per una ricostruzione storica, lasciando poi spazio a una scenografia, che, pur con pochi elementi, delinea la situazione: la neve, i tappeti - molto importanti nella cultura afghana e orientale più in generale -, che portano all'interno degli ambienti. Fino, in Enduring freedom, a una ripresa che permette di vivere in soggettiva una delle tante azioni di guerra. Questa irrompe con i suoi suoni, per una colonna sonora che caratterizza i diversi episodi, assumendo sempre più toni da incubo, dalle iniziali trombe al pianoforte suonato da Michele Radice, ai ruggiti del leone in un episodio che fa ben intuire la mentalità della gente del luogo, al bombardamento, che permette di capire cosa significhi anche a chi non ne ha mai vissuto uno.

Il risultato è uno spettacolo capace di convincere sotto tutti gli aspetti, dare una chiave di lettura di avvenimenti solo geograficamente lontani e alla fine entusiasmare gli spettatori. La prima parte, Il grande gioco, che copre il periodo dal 1842 al 1996, altrimenti poco conosciuto, conquista lo spettatore riuscendo a far capire come si è arrivati a oggi, gli errori e le opportunità perse anche per incapacità di capire il mondo afghano, aspetti da noi meno noti.

L'ultima annotazione riguarda proprio il teatro. Perché la pièce dimostra come si possa fare spettacolo parlando di avvenimenti storici, anche vicini a noi, aiutando a capire meglio quanto successo, ma senza tradire l'aspetto teatrale e il fascino che nasce dal palcoscenico. La maratona, con cui è stato presentato nelle domeniche, ha conquistato il pubblico, permettendo una immersione totale: le maratone, se lo spettacolo è di qualità - e questo è il caso -, piacciono sempre più.

Afghanistan: Il grande gioco / Enduring freedom
dieci episodi in due spettacoli
di Lee Blessing, David Greig, Ron Hutchinson, Stephen Jeffreys, Joy Wilkinson, Richard Bean, Ben Ockrent, Simon Stephens, Colin Teevan, Naomi Wallace
traduzione Lucio De Capitani
regia Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani
con Claudia Coli, Michele Costabile, Enzo Curcurù, Alessandro Lussiana, Fabrizio Matteini, Michele Radice, Emilia Scarpati Fanetti, Massimo Somaglino, Hossein Taheri, Giulia Viana
scene e costumi Carlo Sala, video Francesco Frongia
luci Nando Frigerio, suono Giuseppe Marzoli
coproduzione Teatro dell’Elfo -ERT Fondazione in collaborazione con Napoli Teatro Festival, con il sostegno di Fondazione Cariplo
a Milano al Teatro Elfo Puccini dal 23 ottobre al 25 novembre 2018
a Bologna, Teatro Arena del Sole dal 28 novembre al 2 dicembre; a Modena, Teatro delle passioni, 4-16.1.2018

Afghanistan

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